Pallanotista in gioventù, avventuriero in guerra, giornalista, studioso, organizzatore di eventi e romanziere. Di Donato Martucci possiamo dire che è un pluridimenticato dallo sport e dal mondo della letteratura in genere: mi interessa poco il primo aspetto, se non che è giusto ricordare che dal 1947 al 1981 Martucci fu capo ufficio stampa del Coni e prezioso consigliere del presidente Giulio Onesti1, mentre in qualità di scrittore e di romanziere in particolare, sebbene non molto prolifico, diede alle stampe alcuni libri a mio avviso molto interessanti, tutti meritevoli di rilettura e di riscoperta.

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit? Macché, è evidente che su questo sito piacciono più le cose dimenticate e da riscoprire, per cui al bando il lorem ipsum e viva l’etaoin shrdlu, espressione un tempo usata dagli operatori delle Linotype per testarne l’efficienza. Su queste macchine per la composizione tipografica le lettere erano ordinate  in base alla frequenza d'uso, e quelle di etaoin shrdlu comparivano in ordine sulle prime due colonne da sinistra. Spesso, quando facevano un errore, gli operatori scorrevano con il dito sulle due colonne per inserire la stringa di testo, segnalare la presenza di un errore e ritrovarlo più facilmente in seguito1. Col tempo l’espressione cominciò ad essere utilizzata anche in modo ironico e spiritoso, tanto da condurci al bellunese Beniamino Dal Fabbro e al suo ultimo romanzo edito, Etaoin.

Per molto tempo ho pensato che al mantovano, inteso come territorio, mancasse una sorta di imprinting mitologico, tale da renderlo non solo folk ma anche freak, al pari delle province emiliane con cui confina, Ferrara, Modena, Reggio Emilia e Parma...
Una visione erronea, me ne rendo conto solo ora, dovuta certamente alle letture e agli ascolti adolescenziali tondelliani e punk-emiliani, alla quale solo recentemente sto cercando di porre rimedio, perché anche la mia terra di origine può vantare una letteratura tale da porla, agli occhi di un indagatore come il sottoscritto, nel pantheon dei luoghi mitologici. A Pietro Ghizzardi, Ulisse Barbieri e Clelia Marchi, di cui ho parlato nei mesi scorsi, aggiungo oggi Arturo Frizzi, irregolare ed incallito ciarlatano, nato a Mantova il 3 maggio 1864 da Carlo e da Angela Ferrari.

Dopo il manoscritto di Giuseppe Bodini, i richordi di Pietro Ghizzardi e le difficoltà di Nerone, accomunati da una sorta di origine geografica e dal medesimo desiderio di tramandare ai posteri ricordi e considerazioni, rimaniamo in zona per occuparci di Clelia Marchi e del suo lenzuolo.

Non è facile descrivere un capolavoro, il rischio di sminuirlo è altissimo.
Ad ogni modo: Fausto Coen, direttore storico di Paese Sera1 mantovano, italiano, ebreo. Un ebreo di quella Mantova (o di Ferrara? E' tutto da scoprire) che aveva in seno una comunità perfettamente integrata nella sua estrema varietà sociale e culturale, che si differenziava in due piccoli particolari: la cultura e il dialetto. Si, perché nemmeno il rabbino più ortodosso del pianeta potrebbe sostenere la tesi che l''ebraismo è una religione.

Con la recensione di Povero assassino, il primo giallo di Giuseppe Pederiali ambientato a Milano (Fratelli Fabbri Editore, 1973), abbiamo avuto il piacere di occuparci di questo autore emiliano, quindi siamo rimasti in zona, spostandoci solo “di lato”, con Le città del diluvio, la cui trama si dipana tra il capoluogo meneghino e il delta del fiume Po.

Vasco Mariotti può essere considerato, senza ombra di dubbio, uno dei padri del giallo italiano, almeno da un punto di vista anagrafico, visto che fece parte della prima schiera che negli anni Trenta dovette soddisfare l’esigenza del regime fascista, in ottemperanza al progetto autarchico, di sviluppare una produzione libraria autoctona1.

Nero., di Tiziano Sclavi

In una recente intervista pubblicata su Medium Italia1, Tiziano Sclavi ha affermato di aver scritto nel corso della propria vita, un sacco di cose, tra cui parecchi romanzi, alcuni dei quali, una volta distribuiti, hanno poi ottenuto “un’esplosione di indifferenza totale”.

Questo è un libro che mi è particolarmente piaciuto e a cui sono molto legato; per l’occasione ho deciso di fare uno strappo alla regola non scritta, che vorrebbe che su questo sito si recensissero solo titoli di difficile reperibilità, parlando di un’opera che, seppur molto datata, è da poco stata ristampata da Relapsus, piccola casa editrice di Gallarate, nel varesotto. Il libro in questione si chiama Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana di Ulisse Barbieri, pubblicato per la prima volta nel 1868 dell’editore Natale Battezzati di Milano.

Giuseppe Pederiali è un nome che non necessita di molte presentazioni, capace in passato di coniugare con la sua scrittura il mondo del fantastico con quello del reale, dando alle stampe oltre una trentina di titoli interessanti e di successo. Detto questo, possiamo anche affermare che qualche "libraccio", nel senso più buono del termine, anche lui l’ha sulla coscienza. Senza scomodare Zora la vampira, di cui fu l'ideatore e della quale si potrebbe tornare a parlare in futuro, merita una menzione speciale, per il pubblico di Mattatoio n.5, il libro Povero assassino, uscito nel “lontano” 1973 per la Fratelli Fabbri Editore, nella collana Sotto accusa.

Il vampiro, di Steve Cockrane

Lo confesso, ho preso un abbaglio: ero convinto di acquistare un libruncolo in perfetto stile Bram Stoker, con vampiri dai denti aguzzi, quando invece la storia è sostanzialmente un thriller giallastro, con poliziotti, pupe e tanto sangue. E dire che la copertina è molto chiara, con una bella fanciulla in corsetto e calze a rete e una un’inquietante forbice su sfondo rosso a mettere in chiaro le cose: il sangue scorre, non sfama, il sangue scorre, purifica.

Dopo Mario Dagrada, è la volta di Silvio Coppola e le “sue” copertine per Feltrinelli, in particolare quelle realizzate per la collana Franchi Narratori, edita dal 1970 al 1983. Siamo negli gli anni "caldi" dell’impegno ideologico e politico della casa editrice milanese, anni che vedono nascere libri talvolta inconsueti, lontani dai cliché usuali della narrativa di genere.

Roma. Un giovane miliardario inglese, noto per il suo eccentrico interesse per il soprannaturale, si toglie la vita in circostanze apparentemente inspiegabili, lasciando la vedova alle prese con parenti pronti ad avventarsi come rapaci sulla cospicua eredità e il protagonista, un sedicente professore di parapsicologia, a indagare privatamente, scavando nel misterioso passato dei personaggi coinvolti. Fin qui nulla di strano: si potrebbe pensare al più classico dei gialli imperniato sul tema del “complotto di famiglia”, magari con un tocco di finto paranormale, utilizzato per arricchire gli stereotipi del genere. Tuttavia Terapia mortale si discosta nettamente da questi cliché, trascinando il lettore in una vicenda dai toni cupi, quasi kafkiani, dove i protagonisti si trovano a fronteggiare situazioni di possessione ben peggiori delle classiche apparizioni di fantasmi, tipiche del tradizionale filone gotico, descritte con toni onirici e spesso disorientanti.

Si possono collezionare i libri per i motivi più svariati, dal genere all’autore, per casa editrice o per collana, talvolta anche per periodo. Raramente, almeno credo, lo si fa per la copertina, che pure riveste un’importanza capitale nell’indurre il lettore all’acquisto. Sono convinto che molti dei lettori di Mattatoio n.5, come il sottoscritto, abbiano fatto compere sulla spinta emotiva di illustrazioni bizzarre, fantastiche o ammiccanti, talvolta realizzate da autentici fuoriclasse  come Carlo Jacono, Ferenc Pinter o Karel Thole, ma anche grazie a opere più grafiche e meno di nicchia. Bene, detto questo, confesso che una parte della mia libreria è occupata dai capolavori firmati Mario Dagrada, usciti per Rizzoli nella collana La Scala tra il 1962 e il 1971.

Confesso, ho acquistato questo vecchio libruncolo della Rambelli più per il titolo che per altro. Il riferimento ai “vari” ministeri di Orwelliana memoria era palese e invitante, così come il prezzo. Ho sempre pensato che i Galassia siano in grado di riservare gradite sorprese, soprattutto sul fronte italiano e le mie recensioni lo dimostrano.

In una villa nei dintorni di Roma, si verificò uno strano fatto. Una notte, un cacciatore che si era levato prima dell'alba, udì una voce infantile che cantava con tono stridulo una canzoncina: poco dopo la voce s'interruppe, e si udirono delle grida laceranti, miste a singhiozzi...

Nel 1988, secondo un sondaggio riportato dal giornalista Arrigo Levi, il 33% degli italiani credeva nell’esistenza del diavolo.1 Nello stesso anno, sondaggi più circoscritti – e limitati alla città di Torino, già di suo connotata da una certa reputazione sulfurea – consentivano di precisare il dato, con qualche piccola sorpresa. Nella città della FIAT e dell’Einaudi, nel 1988, credevano al diavolo il 18,7% degli uomini e il 19,3% delle donne: un dato praticamente identico, dunque, alla faccia di una presunta propensione femminile alla superstizione.

Torniamo dopo molto tempo a pubblicare un nuovo articolo su Mattatoio n.5, occupandoci di un bizzarro personaggio e del manoscritto da lui redatto, da titolo Dei tesori nascosti. Giuseppe Bodini, questo il nome del protagonista della storia qui narrata, si mise a dissertare su come scovare e scoprire preziosi tesori, sulle modalità per “levarli” dal terreno, segnalandone infine ben 28 in quel territorio stretto tra l’Oglio e il Po, in provincia di Cremona, sicuramente fecondo di uomini “particolari”, se non proprio di forzieri nascosti.

Incontro Alfredo Castelli in pausa pranzo, in un giorno di maggio in cui finalmente, anche a Milano, si può stare all’aperto. Una bottiglia di vino fresco, una tenera giornata primaverile, un disteso momento di otium: sono occasioni come queste a dar gusto alla vita. Parliamo di tante cose: delle ricerche matte che ci piace fare, di archivi da spulciare, del Buffalo Bill italiano e della tristezza di collezioni smembrate e vendute pezzo per pezzo; del sogno di uno spazio dedicato alla cultura popolare, dove raccogliere le nostre – e altrui – biblioteche. Infine, in pace con il mondo, accendo la sigaretta e il registratore e ripenso con un sorriso all’osservazione di una giovane amica: “Ma perché non fai come fanno tutti? Scrivi le domande e ti fai rispondere per mail!”.

Fino al 7 giugno, nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, è allestita la mostra itinerante Inferno (1914-1918) di Tom Porta. Settanta opere, tra tele di grandi dimensioni e disegni, che rievocano la Prima guerra mondiale attraverso il viscerale accostamento tra scene dal taglio cinematografico e citazioni dell’Inferno dantesco. Ce la racconta lui stesso – affabulatore scanzonato all’apparenza, nella sostanza artista di spessore e mente fine – nella sua casa-studio, dove vive insieme a un pitone e a un dragone barbuto australiano, tra caschi di Iron Man e memorabilia assortiti.

Colpito dall'acutezza dei temi trattati in Esperimento Donna, e interessato alle "radici della fantascienza italiana", ho voluto proseguire la riscoperta di questa autrice.

Nel mese di giugno del 1961, sul «Settimo giorno»1 escono tre articoli in cui Emilio de' Rossignoli, momentaneamente accantonati divi del cinema e principesse, svela, forse per la prima volta, il suo interesse per l'occulto, sicuramente con l'intenzione di promuovere la prossima pubblicazione di Io credo nei vampiri, prevista per il settembre dello stesso anno: La vera magia è il privilegio di pochi (6 giugno), I vampiri hanno lasciato la leggenda per entrare nella cronaca (13 giugno) e I fantasmi dei nostri tempi non disdegnano la televisione (20 giugno).

Nel caleidoscopio d'un giornale femminile un dongiovanni fa strage di cuori senza curarsi delle lacrime delle amanti d'una sera. Ma ci sarà una donna che non accettando il brusco addio trasformerà in odio la sua passione bruciante. E la violenza dell'odio genererà una catena di delitti che sarà sciolta da un nuovo amore.

“Gentilissimo Signor De' Rossignoli, la Rizzoli, dopo molte tergiversazioni e molte lentezze, ha risposto di no a DOTTORE IN STRAGE…” Così, il 16 dicembre 1974, l’agenzia letteraria Linder comunicava a Emilio De Rossignoli il fallimento delle trattative con l’editore milanese, proponendogli di tentare con Longanesi: dopo questa lettera, però, di Dottore in strage - come ha ricostruito, qualche mese fa, Anna Preianò - si perdono le tracce. Ma è proprio così?

Quando ero piccolo mio nonno mi mostrava la collina della Giana, o delle Giane (la grafia non importa: il dialetto non è fatto per essere scritto). Era – è – un rilievo ondulato, coltivato a grano: in mezzo stava un'apertura puntellata da mattoni, probabilmente (credo, oggi) un pozzetto medievale, scavato in corrispondenza di una fonte. Mi ci sarebbero voluti anni, e la lettura di Storia notturna di Carlo Ginzburg, per capire che quella misteriosa Giana (una donna? "Una specie", mi diceva mio nonno, senza entrare nei dettagli) altri non era che Diana cacciatrice, sopravvissuta e trasfigurata da duemila anni di Cattolicesimo; e le Giane null'altro che le Dianæ, le ninfe che l'attorniavano, ora divenute una qualche sorta di fate (donne? una specie).

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