Horror

Doppia maledizione, di Robert Bloch

La copertina del libro La copertina del libro

Un’antologia dalla vita editoriale travagliata, e più volte “abortita”: così la definisce il Curatore, l’ottimo G. Lippi, nella Storia di un’antologia pubblicata in appendice al volume. La raccolta costituisce di fatto la seconda parte de Il meglio dei racconti dell’orrore di R. Bloch, il cui primo tomo era uscito nel 1990 nella defunta (il termine ci sembra quanto mai appropriato) collana «Oscar horror». Benché l’edizione originale fosse divisa in tre volumi (vol. I: The selected stories of R. Bloch, vol. II: Bitter Ends, vol. III: Last Rites), quella italiana, nelle intenzioni del Curatore, «si sarebbe articolata in due grossi volumi piuttosto che in tre di formato medio» (p. 389) per evitare eccessive frammentazioni.

La serie di vicende editoriali che Lippi riporta, con intelligente ironia («Gli “Oscar horror”, si era scoperto, rendevano poco»: p. 390; «Intanto gli “Oscar horror” avevano chiuso e sorte analoga era toccata a una collana mensile da edicola consacrata al genere nero: nei corridoi di Segrate si cominciava a pensare che fosse l’orrore in sé a portare scalogna, con tutte le poco piacevoli considerazioni del caso»: p. 391), ha un tono apologetico e al contempo nostalgico, come di chi è uso a dover conciliare le esigenze editoriali/redazionali (ed economiche) con la passione: «È il genere di misure che gli editori sono chiamati costantemente a prendere, e che il mercato giudica le più sane; ma per i curatori, redattori, i traduttori (e i lettori!) rappresentano inevitabilmente un duro colpo» (p. 390).

Non meno interessante del poscritto è l’Introduzione dello steso Lippi, in cui traccia una breve ma incisiva biografia dello scrittore a partire dalla (probabile) genesi dell’interesse di Bloch per il fantastico e il macabro, la visione de Il fantasma dell’Opera con Lon Chaney: era il 1926 e «per due anni dormirà con la luce accesa, cercando di spiegare le ragioni del suo terrore» (p. VI). Come sempre avviene nelle introduzioni di Lippi, l’autore e l’opera presa in esame vengono calati nel contesto storico e sociale – oltre che ovviamente letterario e psicologico – in cui hanno visto la luce.

Altro motivo d’interesse dell’antologia è la scelta dei racconti che, presentati in ordine cronologico per un arco temporale che va dal 1963 al 1979, è dovuta allo stesso Bloch. «La gamma degli argomenti» – notiamo di passaggio che Lippi non usa il termine “generi”, e riteniamo non sia casuale – «spazia dall’horror, al suspense, al racconto nero», senza però escludere «i racconti che non fossero strettamente fantastici o soprannaturali […] ad esempio le storie “gialle” degli anni Cinquanta» (p. V).

Senza passare in rassegna tutti i ventisei racconti, ci limitiamo a sottolineare come, oltre alle storie più propriamente horror – in cui l’elemento orrorifico, di natura soprannaturale o umana che sia, è prevalente – e ai suddetti “gialli” (usiamo le stesse virgolette usate da Lippi), ve ne sono altre che possiamo semplicisticamente definire fantascientifiche, o meglio di ambientazione fantascientifica.

Ne è un esempio proprio il primo racconto, Fresco di laurea (The Old College Try, «Gamma», 1963), dove il divertito cinismo, o la cinica ironia, dell’Autore prende a bersaglio la presunzione e l’arroganza di Philip, il giovane amministratore “fresco di laurea” del pianeta Yorla. La pretesa di applicare regole e concetti umani a un mondo che non ha nulla di umano («Gli yorl non sono umani. Sono umanoidi. È la prima cosa che dovrà imparare» lo ammonisce il suo predecessore Raymond) costerà cara al bellimbusto, in un finale abbastanza prevedibile e per nulla rasserenante. Forzando un po’ la mano all’interpretazione, si può leggere la storia come un apologo sulle difficoltà comunicative e sui rapporti di potere che invariabilmente insorgono in ogni incontro tra civiltà diverse (la storia insegna: la scoperta e la conquista delle Americhe, lo schiavismo, le devastanti politiche dei vari colonialismi e neocolonialismi) che spesso degenera in scontro. Soprattutto se la cultura “dominante” intende insegnare a quella ritenuta “inferiore” a giocare a football…

Giocano con i viaggi nel tempo, anche se in modo molto diverso, La vita nel nostro tempo (Life in Our Time, «Ellery Queen», 1966) e Un giocattolo per Juliette (A Toy for Juliette, «Dangerous Visions», 1967). Il primo, appartenente in realtà alla categoria dei “gialli”, sfrutta solo l’idea di una “capsula del tempo” per mettere in scena un’atroce vendetta. Il secondo è un crudele divertissement intriso di facile sadismo, ambientato in un allucinato futuro in cui i pochi piaceri riservati all’umanità (ovvero a pochi “eletti”, se così possono esser definiti), unica ragione di vita della protagonista, sono poco raccomandabili. Un finale a sorpresa – ma neanche tanto – non basta a nobilitare un racconto che ha qualcosa di sgradevole, pur nella sua indubbia inventiva.

Molto più articolato, e in qualche modo più raffinato, tanto nel contenuto che nello stile, è Simile a un dio (How Like a God, «Galaxy», 1969). Dopo un prologo venato quasi di lirismo, assistiamo alla crescita interiore del protagonista che, quasi involontariamente, avvia la nascita e lo sviluppo dell’intera civiltà umana. All’apice della sua “creazione”, quando raggiunge la consapevolezza di essere “simile a un dio”, avviene il colpo di scena finale, con un curioso e – questo sì – inaspettato scambio di ruoli a livello… cosmico. Non aggiungiamo altro per non rovinare l’eventuale lettura.

Una vicenda futuribile ad ampio respiro, almeno nel poco rassicurante finale, è quella di Nato nello spazio (Space-Born, «Children of Infinity», 1973), dove le incredibili facoltà di un bambino “speciale” rappresentano l’inizio di un nuovo mondo. Non necessariamente migliore, sia chiaro.

Inquietante e suggestivo è Il Labirinto Didattico (The Learning Maze, 1974), che ricorda e forse anticipa un certo immaginario fanta-tecnologico letterario e cinematografico degli ultimi anni o decenni (The Cube e i suoi sequel, The Maze Runner ne sono gli esempi più eclatanti, ma il tema ha nobili e letterarie ascendenze: la Biblioteca di Babele, solo per dirne una). L’unico modo per scoprire la verità, ciò che si cela all’esterno del Labirinto, è di ignorare le numerose stanze, gli assurdi occupanti e le incomprensibili (e mortalmente rischiose) attività che vi si svolgono, puntando direttamente all’uscita. O forse non è questa la via, forse una via non esiste perché forse la stessa verità non esiste.

Abbiamo tralasciato (dulcis in fundo), in questa rapida carrellata in ordine cronologico, quello che per certi versi è forse uno dei racconti più interessanti dell’intera raccolta, che spicca non per elevatezza stilistica e bellezza tematica, ma per una sorta di preoccupante attualità. L’Oracolo (The Oracle, «Penthouse», 1971) non è fantascienza, non è “horror”, non è “giallo”. È la storia, anzi, lo stringato resoconto di un colpo di stato: il violento, rapidissimo e “razionale” tentativo d’impadronirsi della città di Los Angeles da parte di un gruppo di terroristi, con l’aiuto della più avanzata tecnologia.

La voce narrante è quella del computer che viene interrogato da Raymond, il capo dei terroristi, per valutare le probabilità di riuscita. «Non ho ideato io il piano. Non l’ho eseguito. Né sono, come qualcuno di voi mi accusa ridicolmente di essere, uno dei congiurati» è la dichiarazione auto-apologetica. Non senza un allarmante avvertimento finale: «Ma ci sono altri computer. Ci sono altri Raymond. E ci sono altre città: New York, Chicago, Washington, Philadelphia. Un’ultima parola, signori. Non una predizione, ma una dichiarazione di probabilità. Accadrà di nuovo».

Non diremo certo che Bloch ha previsto l’11 settembre – e se anche l’avesse fatto, non sarebbe l’unico (si pensi ad alcuni “preveggenti” Urania: 91/1955, R. Crane, L’occhio invisibile; 526/1969, M. Reynolds, Chi vuole distruggere l’America?; 943/1983, J. Tomerline, La torre dei dannati etc. – un curioso e documentato approfondimento al sito http://www.fantabancarella.com/curios11.html), ma ci è andato pericolosamente vicino.

Anche da questo si scorge la grandezza degli scrittori (degli artisti, in genere) di talento: la sensibilità nel cogliere i segni, spesso invisibili ai più, la capacità di anticipare gli eventi ovvero d’intravvedere, tra le pieghe del quotidiano, nei meccanismi della comunicazione mediatica, attraverso la lente della cultura popolare, come quella di genere o “di consumo” (ricordiamo che Bloch, oltre che scrittore e sceneggiatore, lavorò per molti anni in un’agenzia pubblicitaria) le inquietudini e le contraddizioni della società e le loro possibili conseguenze.

Parliamo chiaro: Bloch non ci piace moltissimo, non siamo suoi fan, non ci ha mai convinti del tutto. Ma che sia da annoverare tra gli scrittori di razza, non ci pensiamo neanche a metterlo in dubbio. Con lui accade qualcosa di simile a ciò che accade con Bradbury: ci sembra che alcuni racconti tra quelli non strettamente di genere – non prettamente fantascientifici per quest’ultimo, non propriamente “horror” per Bloch – a volte tocchino delle corde inattese e delicate più che le opere considerate maggiori o più meritatamente famose. Allora leviamoci dall’imbarazzo, e diamo a queste opere il nome che meritano: letteratura.

Scheda del libro:

  • Titolo: Doppia maledizione
  • Collana: Superhorror
  • Autore: Robert Bloch
  • A cura di: Giuseppe Lippi
  • Pagine: 392
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editore
  • Anno: 1994

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