Fantastico

Gobal, di Bernardino Zapponi

 "Trionfo della morte", 1485. Oratorio dei Disciplini, Clusone (Bergamo) "Trionfo della morte", 1485. Oratorio dei Disciplini, Clusone (Bergamo)

"Ho la lebbra, amore". Più volte l'uomo tenta di pronunciare la frase fatale, dall'uscio del bagno, al night, fra le lenzuola; lei, bellissima e indifferente, non ascolta mai, perennemente presa da qualcos'altro, e le parole restano a vagare, sospese, finché – nella notte – egli non percepisce, sulla schiena di lei, le macchioline che annunciano il male. È l'Italia della Dolce Vita, frenetica, vacanziera e modaiola, che tenta di espellere la morte e il disfacimento moltiplicando le occasioni di svago e distrazione: ma la morte, come Fellini aveva già mostrato pochi anni prima, era sempre stata lì, tra le luci di Via Veneto, allo stesso modo in cui, nel Trionfo della Morte di Buffalmacco – l'affresco del Camposanto di Pisa che serve forse da ispirazione per la cornice narrativa del Decameron – la falce incombeva, non vista e inesorabile, sui giovani intenti a ragionare nel giardino. In "Ho la lebbra, amore" – racconto di Bernardino Zapponi pubblicato per la prima volta sulle pagine de Il Caffè letterario e satirico nel 1965, e raccolto due anni più tardi in Gobal – il film di Fellini si contamina con La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, abbandonando ogni suggestione ottocentesca e lasciando solo, nudo, l'orrore.

Si potranno forse rintracciare altre, più sottili connessioni: perché il soggettista e sceneggiatore de La dolce vita era stato Ennio Flaiano, il cui primo e unico romanzo – Tempo di uccidere, del 1947 – metaforizzava proprio attraverso l'immagine della lebbra il disagio con cui l'Italia del dopoguerra guardava alla propria esperienza coloniale, rimuovendo (senza più, veramente, rielaborarli) lo stupro dell'Etiopia, l'impiego dei gas all'Amba Aradam e i crimini di guerra di Rodolfo Graziani. E non è un caso, forse, che il protagonista di Zapponi abbia contratto la lebbra proprio in Africa: il senso di colpa, Freud insegna, si può reprimere ma mai sopprimere; e ritorna sempre, come fantasma vendicativo, in sintomi che presentano solo una tenue e impercettibile parentela con la causa che li ha originati. Così, se – dopo il romanzo di Flaiano – il colonialismo italiano in Africa orientale sparisce dalla letteratura, diremo, mainstream, è in racconti come quello di Zapponi che un piccolo segno – la macchiolina della lebbra – denuncia forse, in maniera occulta, le tensioni irrisolte di una nazione in cui le vie portano ancora i nomi di Adua, Amba Alagi e Macallè, ma che ha dimenticato (o finto di dimenticare) cosa significhino. Letteratura minore (nel senso di Deleuze e Guattari) (1) la prosa di Zapponi svela in piccole, impercettibili fratture nel reale il fondo torbido e segreto dell'Italia del boom economico, e del suo desiderio mortifero di dimenticare.

Per Goffredo Parise, che presenta Gobal ai lettori della Longanesi, i racconti di Zapponi sono però letteratura minore nel senso più stretto e triviale del termine. È evidente, scrive, la derivazione da Poe, da Hoffmann, dalla ghost-story anglosassone – talmente palese da suonare innocua e naïf. Il fantastico, del resto, con l'Italia c'entra ben poco; e il libro di Zapponi, un mestierante prestato alla letteratura dalla televisione, è poco più che un omaggio a una provincia letteraria trascurata e marginale. Insomma, un libro anacronistico e inattuale, una fantasticheria primo Ottocento che solo per caso si trova ambientata nell'Italia degli anni '60: "un inquietante pastiche figurativo," – scrive Parise – "tanto più inquietante quanto privo di simboli, di rimandi, di analogie". (2)

Il lettore tanto fortunato da mettere le mani su una copia di Gobal (mai più ristampato dal 1967) troverà certo il modo di giudicare da sé. Vi scoprirà fantasie buzzatiane, serial killer, narratori inaffidabili; e una breve e fulminante storia di morbosità e feticismo calata in un contesto estivo che, a posteriori, non possiamo evitare di connettere (e l'associazione è quantomai inquietante) alle hit balneari di quegli anni, di Edoardo Vianello, Riccardo Del Turco e Gianni Meccia. Zapponi, del resto, non era uno sprovveduto. Dal 1958 aveva animato la rivista "di belle lettere e storia" Il delatore, esperimento editoriale che aveva dato vita a numeri monografici su temi come il sadismo, il cattivo gusto, la follia, la morte; nel 1963 aveva dato alle stampe per Sugar un saggio, Nostra Signora dello Spasimo, sull'Inquisizione e la tortura. Dopo aver letto Gobal, Fellini vuole conoscerlo: ne nasce la sceneggiatura per Toby Dammit, libera rielaborazione di un racconto di Poe per il film a episodi Tre passi nel delirio, che Fellini gira assieme a Louis Malle e a Roger Vadim. Ed è nel libro dedicato al film da Liliana Betti, Ornella Volta e dallo stesso Zapponi che troviamo un indizio di come egli intenda il recupero del gotico à la Poe in età contemporanea. Niente revivalismi, al limite nessuna fedeltà testuale. L'Italia degli anni '60, Terence Stamp, una Ferrari, veicoleranno lo spirito di Poe più di qualsiasi ogiva gotica; solo l'orrore deve restare:

Trasferire Poe sullo schermo è possibile solo con un'opera d'impadronimento molto vasta, giacché non si può semplicemente sovrapporre lo schema strutturale del cinema a quello dei suoi racconti [...]. Poe non può dare soggetti, ma stimoli; azionare nel regista un meccanismo che produca una gemellare nevrosi. Può influenzare con le sue angosce l'autore del film; suggerirgli visioni, idee, incubi, persone. Può instaurare un processo creativo in una mente ricettiva. Ombroso e delicato, non sopporta di essere affrontato direttamente. Limitandosi a trarre dai racconti di Poe la sola episodica, vengono alla luce solo scene di cartapesta, vecchi velluti e ragnatele; un mucchietto di orripilanti oggetti inariditi; ossi di seppia rimasti sulla spiaggia. L'orrore vero e profondo di Poe è scomparso come una marea che si ritira. (3)

Siamo ben lontani, quasi agli antipodi, dall'innocua vocazione al pastiche di cui parlava Parise, mero freeplay postmoderno di temi e motivi, e più vicini – credo – alla segreta alchimia che imbeve Gobal: un piccolo gioiello, da accostare a tutta una costellazione di testi che, negli stessi anni, inoculano nell'Italia del dopoguerra un'ombra di spettrale malessere, da Ombre di Tommaso Landolfi (1954) ai Sessanta racconti di Dino Buzzati (1958), e fino alle Storie di spettri di Mario Soldati (1962). Un corpus circoscritto e minore, al di là del neorealismo e al di qua della neoavanguardia che – in modo non dissimile da quello dei cantautori di quegli anni, da Domenico Modugno a Luigi Tenco – mette sottilmente in crisi le contraddizioni della società del benessere senza trovare (e, in fondo, senza nemmeno cercare) una vera alternativa, sia essa politica, artistica o filosofica. Un mondo garbato e fané fatto di camere d'albergo, fumo di sigaretta, odor di talco e gonne al ginocchio; e nel quale, espulsi i velluti e le ragnatele dei film della Hammer, l'orrore – il male, la lebbra, la morte – affiora lieve, e tanto più perturbante, nel cuore stesso del moderno.

  1. Gilles Deleuze e Félix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, trad. di Alessandro Serra, Macerata, Quodlibet, 1996. Sulla sopravvivenza della memoria perturbante del colonialismo italiano nella letteratura e nel cinema "di genere" sono in debito con Simone Brioni, di cui si può leggere "Zombi 2, Revisited (ITA, 2013, 15' circa)".
  2. In Zapponi, Gobal, pp. 11-12.
  3. Bernardino Zapponi, “Edgar Poe e il cinema”, in Tre passi nel delirio di F. Fellini, L. Malle, R. Vadim, a cura di Liliana Betti, Ornella Volta e Bernardino Zapponi, Bologna, Cappelli, 1968, pp. 15-19, p. 19.

Scheda del libro:

  • Titolo: Gobal
  • Autore: Bernardino Zapponi,
  • Pagine: 233
  • Editore: Longanesi
  • Anno: 1967

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