Fantascienza

...di tutti i futuri del mondo, di Giorgio Scerbanenco e Isaac Asimov

La copertina del libro La copertina del libro

…Di tutti i futuri del mondo: un Galassia d’annata, che presenta un’accoppiata di autori davvero antitetica: in teoria erano entrambi emigranti, ma non si può dire che questo li accomuni. Passato lo sgomento al pensiero di aver scoperto una loro collaborazione, e superato anche l’impatto con la copertina (la grafica di Galassia ha conosciuto alti e bassi, entrambi davvero eccezionali), entro nel dettaglio.

Il sole splendeva verde non perché fosse verde ma perché filtrava attraverso settanta, ottanta, novanta metri di fogliame verde, trasparente, acquoso, ogni foglia appena toccata esplodeva acqua, i tronchi degli alberi si flettevano al passaggio dell’Anaconda trasudando ettolitri d’acqua, poi, lacerati,  fischiavano raucamente, scoppiavano, per centinaia di metri, le radici schizzavano fuori da terra, il tronco largo dieci metri veniva masticato dalle lame di prua dell’Anaconda e tutta l’enorme bestia vegetale crollava grondando acqua, schiacciando il mare d’erba alto venti metri col rumore flaccido di uno straccio sporco.

È un numero piuttosto corposo, ma è il racconto di Scerbanenco a dominare. Dopo una scena d’azione iniziale, il grosso del racconto è il resoconto di un processo: vivace come una narrazione in presa diretta nel descrivere la catastrofe vegetale che si è abbattuta sulla Terra, o meglio su metà di essa: visto che l’altra metà (l’Okrana, proiezione dell’Asia, o dell’URSS?) ha saputo machiavellicamente premunirsi, convincendo al tempo stesso la “troppo buona” Mandavia a rinunciare. Il responsabile di questa infame macchinazione, costata centinaia di milioni di morti, è finalmente nelle loro mani, e prima di questo era già colpevole di aver ritardato lo sviluppo mentale di milioni di bambini, di aver indotto milioni di donne ad abortire... il tutto per far crollare la società Mandaviana. Ma sarà processato con tutti i crismi della legalità più formale; e questo nonostante l’Anaconda di Okrana, una macchina da guerra ancora più potente di quella su cui si svolge il processo, stia per abbattersi su di loro.
I sopravvissuti dell’aristocrazia militare mandaviana intendono morire se necessario, ma senza perdere l’onore di essere i difensori della civiltà; quell’onore che, secondo un filosofo okranese, fa bene allo spirito, come il vento la sera, ma non nutre.
L’imputato sogghigna della stupidità di questi militari e dei cavilli difensivi che, lui spera, permetteranno ai suoi protettori di salvarlo prima della condanna; l’Autore stesso sembra divertirsi a mettere in scena un’aristocrazia inetta e formalista sull’orlo della catastrofe. Eppure non può non ammirare il loro senso della legge, il loro chiamare a testimoni di atrocità già conosciute da tutti dei relitti umani, vittime della loro stessa lealtà (la generalessa che dopo aver salvato dai voraci megalicheni un gruppo di prigionieri, ne è stata per tutto ringraziamento violentata, poi ributtata in mezzo ai medesimi megalicheni, per cui non è più che una testa collegata a un insieme di protesi; il generale okranese passato a Mandavia e ormai ridotto a un vegetale, nel senso letterale: un ammasso di alghe in una vasca).
Ma il destino riserva sorprese.

Uno stile vibrante, un’inventiva linguistica degna della fantascienza delle origini, temi etici non trascurabili fanno di questo un eccellente romanzo breve.
Seguono due racconti di Asimov... che dire? Non sono male, ma non ho mai amato troppo i racconti dello zio Isaac: c’è sempre uno scienziato brutto e goffo che risolve un enigma tipo “Quesito della Susi” nella Settimana Enigmistica. Uno dei due racconti è anche indicato dalla Rambelli come giovanile e non sarebbe male, se non terminasse in una di quelle terrificanti agnizioni del tipo “Il superstite si rivolse alla superstite: – Mi chiamo Adamo. Ella rispose: – Io Eva”.
Questo numero di Galassia, come dicevo, è corposo e costituisce una macchina del tempo: fa piacere rileggere le interminabili prediche di Malaguti sul tema “dobbiamo lavorare insieme per la fantascienza italiana”, sentir parlare di Farmer come appena scoperto, chiedersi se il romanzo a cui Dick sta lavorando sarà meglio di quello appena uscito, La penultima verità.

Con il senno di poi incuriosisce leggere di Elios Vertovese, la più forte promessa della fs italiana, e anche un giovane promettente, Vittorio Catani.
Certe caratteristiche dei fans sono eterne: domandare qual è “il miglior romanzo di Van Vogt”, se sia meglio la fs italiana o quella francese, la fs avventurosa alla Hamilton o quella sociologica; gli autori discussi sono spesso gli stessi di oggi, visto che noi lettori di narrativa del futuro raramente ci svezziamo dagli autori letti nel remoto passato della nostra infanzia.
Ma come curiosità storica val la pena notare che, se la fs era già perfettamente codificata cinquant’anni fa, il fantasy in Italia era terreno del tutto ignoto: basti vedere la nota ritenuta necessaria in questa pagina... e lo svarione in essa contenuto!

 

...di tutti i futuri del mondo, di Giorgio Scerbanenco e Isaac Asimov
Lo "svarione" di cui si parla alla fine dell'articolo

Scheda del libro:

  • Titolo: ..Di tutti i futuri del mondo
  • Collana: Galassia
  • Autore: Giorgio Scerbanenco e Isaac Asimov
  • A cura di: Ugo Malaguti
  • Pagine: 190
  • Editore: La Tribuna
  • Anno: 1967

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