Fantascienza

Naufragio, di Charles Logan

La cover del libro, di Karel Thole La cover del libro, di Karel Thole

Vorrei cominciare ringraziando il signor Luigi Di Gennaro (chiunque egli sia), che nel 1975 era abbonato a Urania e ha conservato in perfette condizioni questa copia del libro finita nelle mie mani.

In quell'anno Shipwreck di Charles Logan si aggiudicò il premio per il miglior romanzo di fantascienza inglese indetto dall'editore Gollancz e dal quotidiano Sunday Times. Urania fu rapidissima nel tradurre e pubblicare l'esordio di quella che poteva essere una promessa della science-fiction; purtroppo una laconica pagina su Wikipedia ci conferma che Logan, che ci auguriamo viva ancora, alla ragguardevole età di 84 anni, non ha scritto altro, a eccezione di un paio di racconti rimasti inediti.

Malgrado in quel periodo molti autori di fantascienza cercassero di misurarsi con tematiche e linguaggi nuovi, questo romanzo è scritto con stile assolutamente semplice e lineare, e ripropone il classicissimo tema del naufrago costretto a lottare in solitudine per sopravvivere in un ambiente ostile e sconosciuto, il tutto trasposto su scala cosmica.

Tansis atterra su un corpo celeste orbitante intorno a Capella (non fate battute... è una stella della costellazione dell'Auriga e dista 42,5 anni luce dal sole), unico superstite fra i passeggeri di un'astronave che da due generazioni viaggia alla ricerca di un altro pianeta abitabile oltre alla Terra. Per lui questo non è solo un nuovo mondo, ma il primo mondo che conosce in assoluto; è nato a bordo dell'astronave e ha visto il pianeta d'origine solo attraverso foto e filmati. I quattro compagni che ha cercato di trarre in salvo con sé sulla scialuppa sono morti; non ha speranza di incontrare mai più nessun altro essere umano, la sua solitudine e la sua angoscia sono irrimediabili e considera sin da subito l'eventualità di ricorrere a una massiccia dose di sonnifero («Pensò alla propria morte, argomento ormai familiare e profondamente meditato, nucleo confortevole della sua auto commiserazione»). Attraverso lo sguardo di Tansis scopriamo con meraviglia un pianeta alieno, descritto con dovizia di dettagli, perennemente avvolto in una coltre di nubi attraverso la quale Capella irradia un'intensa e diffusa luce bianca, afflitto da una forza di gravità di un quinto superiore a quella terrestre, che rende emblematicamente più faticoso ogni movimento. Ma il protagonista esamina tutto con asettico rigore, si è votato allo scopo di organizzare la sua vita futura e vi si dedica con metodo e impegno ammirevoli, facendo ricorso alla tecnologia e alle conoscenze messe a disposizione dalla scialuppa e dal computer di bordo. La sua è anche una strategia per sottrarsi alla depressione. Il resoconto delle sue osservazioni, degli studi, degli esperimenti, è riportato con scrupolo puntiglioso, quasi pedante. Le conoscenze tecniche e scientifiche di Logan sono più che sufficienti a rendere il tutto molto realistico e attendibile; altrettanto precisa è la descrizione degli stati d'animo di Tansis, cosa che ci permette di entrare in empatia con lui, della soddisfazione per i successi raggiunti, delle inevitabili crisi di sconforto, dell'isolamento che lo porta a soffrire anche di allucinazioni. Pare che Logan abbia lavorato come infermiere a contatto con dei malati psichici e questo spiegherebbe la sua conoscenza di certi meccanismi della mente. Questo per lui deve essere stato davvero il libro della vita. È facile immaginare che abbia speso molto tempo e fatica per raccogliere le nozioni necessarie per scriverlo, con una prosa spesso poco più che amatoriale, ma i temi che certamente gli stavano più a cuore sono quelli della solitudine, dell'alienazione, dell'incomunicabilità.

La parte più emozionante del romanzo riguarda la scoperta dell'esistenza di creature intelligenti sul pianeta. Sulla terraferma una specie vegetale invadente ha quasi impedito l'evoluzione di altre forme di vita, ma Tansis si accorge, prima con paura e poi con curiosità, della presenza nel mare di esseri che, per la loro socievolezza e benevolenza, viene spontaneo assimilare ai delfini, malgrado siano descritti come animali molto più bizzarri. Nei momenti in cui non è completamente preso dal procurarsi cibo, acqua, energia, o dal difendersi dagli agenti atmosferici, il naufrago si reca in riva al mare e li aspetta. Lui e i "delfini" sono separati da due elementi diversi e non riescono a comunicare. Le creature non emettono suoni, rispondono a malapena ai suoi cenni di saluto; Tansis tuttavia le percepisce come amichevoli. I tentativi di codificare i movimenti dei loro occhi, che sembrano essere una forma di linguaggio, lo portano solo alla frustrazione. In un'occasione si rende conto che i "delfini" sono telepati, riesce a percepire i loro pensieri, a sentirli vicini, ma esce scosso dall'esperienza, non può permettersi di perdere il controllo in un mondo pieno di insidie.

La vera natura di questi strani esseri marini, e del loro rapporto con Tansis, si svela nella bellissima e commovente pagina conclusiva, che illumina con un tardivo raggio di luce questa storia così disperata.

È davvero impossibile non innamorarsi di questo personaggio; la vicenda è narrata con precisione, chiarezza e una profondità tanto semplice quanto toccante.

Il romanzo si può leggere anche nel volume Millemondi Estate 1997: il pianeta del tesoro.

Scheda del libro:

  • Titolo: Naufragio
  • Collana: Urania, n. 681
  • Autore: Charles Logan
  • Pagine: 184
  • Editore: Arnoldo Mondadori
  • Anno: 1975

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