Fantascienza

Morte dell’utopia, di Algis Budrys

La cover del libro La cover del libro

«Il pavimento del mondo era increspato come il fondale di un oceano. Il Sole al tramonto inchiostrava di ombra violetta ogni increspatura. [...] L'orizzonte orientale era una muraglia azzurronera sotto un arco ampio e basso di ruggine corrosa, le cui estremità sprofondavano in lontananza, a destra e a sinistra. [...]
E verso quell'orizzonte correva l'amsir. I piedi dalle grosse dita unghiute sbattevano e frusciavano tra le increspature, sollevando effimeri sprazzi di sabbia grossolana che subito ricadevano [...] Teneva un giavellotto dall'asta metallica stretto contro il torace, con le mani munuscole che spuntavano a metà delle ossa principali delle ali.
Honor White Jackson lo stava inseguendo, e aveva un'opinione diversa, ma l'amsir era bello».
In questo lirico scenario fuori dal tempo e lontano nello spazio, inizia la sfida mortale tra il giovane del popolo della Spina e l'amsir, strano umanoide del deserto. Ma al di là dei colori esotici e della dettagliata biologia aliena, perché questo romanzo minore di Algys Budrys mi incantò tanto da adolescente?

Direi per la quantità di chiavi di lettura, o meglio ("chiave" mi fa pensare a un indovinello da risolvere... troppo poco per un buon libro!) di sentieri che si aprono simultaneamente davanti al lettore. Biologia aliena degna di Farmer, avventura marziana alla Burroughs, struttura sociale dei cacciatori umani come in un saggio di Lévy-Strauss. Ma, soprattutto, lo straniamento del giovane cacciatore, che affronta il rito di iniziazione prescritto dalla sua tribù, e si trova improvvisamente trattato da nemico dalle persone più care; supera le prove, nonostante difficoltà di cui non gli avevano parlato... per scoprire che gli amsir, la Spina, il Mondo – insomma: le cose – sono ben diverse da quelle che gli avevano fatto credere. Ammaliante per chi sta vivendo un passaggio simile!

In definitiva, il racconto somiglia per alcuni aspetti a Gli uomini nei muri di William Tenn, cruda e atipica storia di sopravvivenza di un'umanità sconfitta; ma soprattutto (perdonatemi un'altra digressione generazionale) a... Woobinda! Il telefilm del ’78 che, rovesciando le prospettive consuete, raccontava di un giovane bianco, membro di una tribù africana, che doveva superare pesanti prove per raggiungere la maturità di guerriero, con l'aggravante di una sorta di razzismo a rovescio.

E pensare che nel 1981 la fantascienza in Italia tirava al punto che Giovanni Armenia provò a fare concorrenza diretta a Urania, con questa collana «Omicron»! Layout grafico fin troppo simile, ma i romanzi scelti erano buoni; copertine alla Chris Foss.

E l'utopia? Ah, sì, l'utopia... quella è nella seconda parte del romanzo. Per chi ha letto La macchina del tempo di Wells e City di Simak, non c'è molto da aggiungere se non una spruzzata di comune hippy (il romanzo è del ’67). Sono come due romanzi brevi riuniti, e la giuntura è molto brillante (il protagonista diventa totalmente padrone della situazione); ma il succo è nella prima parte.

Scheda del libro:

  • Titolo: Morte dell’utopia
  • Collana: Omicron Fantascienza
  • Autore: Algis Budrys
  • Pagine: 128
  • Editore: SIAD Edizioni
  • Anno: 1981

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