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Se sei un appassionato di horror, dopo un po' ti trovi come anestetizzato. Non sobbalzi più sulla sedia, anzi saluti i colpi di scena come vecchi amici che stavi quasi disperando di rivedere; apprezzi lo stile, presti attenzione all'intreccio, al gioco delle citazioni; ti getti sulla roba di nicchia, ostenti snobbery. Le ultime cose capaci di suscitarti una vaga palpitazione sono lontane, da qualche parte fra i dischi che ascoltavi alle medie e le trecce della tua vicina di casa: squarci di angoscia di quelli che solo Dickens sa schiudere, immagini cesellate e quiete (e tanto più orrende, chiaro) lasciate in eredità dalle pagine di Shirley Jackson. Harry di Rosemary Timperley, letto in una vecchia antologia curata da Roald Dahl; l'atmosfera straniata, in bianco e nero, di certi racconti di Edith Wharton (e sono tre donne su quattro autori: lo so).

La Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori custodisce un patrimonio archivistico imponente e di grande valore documentario, nel quale spicca il fondo Erich Linder (1924-1983), protagonista di trent'anni di storia dell'editoria italiana. Sotto la sua guida, infatti, l'ALI (Agenzia Letteraria Internazionale) divenne una delle più importanti non solo d'Europa, ma del mondo, arrivando a rappresentare autori come Brecht, Mann, Salinger, Calvino, Volponi, Arbasino. Alla fine degli anni Settanta, della sua "scuderia" facevano parte circa diecimila scrittori di diverse nazionalità. Attraverso i carteggi tra l'agenzia, gli autori e le case editrici, l'archivio, organizzato in serie annuali, testimonia l'influenza e il ruolo determinante di Linder nel panorama editoriale italiano. E in quei faldoni ricchissimi – che mi auguro siano interrogati anche da giovani e seri studiosi, e non solo da cacciatori di bizzarrie – ha lasciato una traccia anche lui, Emilio de' Rossignoli...

Ghislain de Diesbach, scrittore e biografo francese, discendente da una nobile famiglia svizzera, è conosciuto ai più per l'ottima ma antipaticissima biografia di Marcel Proust e come "curioso" di altre personalità, come la Principessa Bibesco o la signora dei salotti Madame de Staël.

Lo stile lirico di Delany, la sua attenzione alle sfumature di luce e ombra e soprattutto ai colori, reali e mentali, la sua ossessione manieristica per i dettagli possono risultare snervanti per gli appassionati di fs "dura". E non è facile (per i medesimi) accettare l'insistenza sulle deformazioni di corpi, le mutazioni della sessualità, i contorti equilibri psichici imposti alla maggior parte dei protagonisti di queste storie.
Ogni pagina trasuda letteratura e, tra le righe, omosessualità (il tema della razza c'è, ma appare a Delany un fattore di diversità secondario), ma sarebbe un errore grave pensare che ciò definisca Delany, perché non solo temi come questi apparivano nella fs per la prima volta in questi racconti, ma la letterarietà ha lo scopo di dare un significato umano a società futuristiche, e i temi omosessuali sono resi universali.

«Ci si scambia una quantità di idee, ma le idee non mi interessano. Perché non ci si dovrebbe scambiare i sogni e specialmente i brutti sogni? Si possono benissimo portare in due i brutti sogni, i brutti sogni sono pesanti. Molto spesso le idee si addizionano come i numeri. Mentre i sogni o si combinano o non si combinano, vera chimica».

Il titolo originale, Strange Doings, più che a "fatti", allude a strani "modi di fare". Lo sottolineo perché la caratteristica di questo autore, bizzarro e oggi un po' dimenticato, consiste proprio nel riprendere temi classici della fantascienza e nel trattarli nel modo più "strano" possibile: deformandoli, distorcendoli... mai trattandoli nel modo razionale più tipico della fantascienza classica. E siccome è l'approccio, e non la materia trattata, a definire il genere, direi che questa non è fantascienza: al massimo, meta-fantascienza.

Jarma Lewis è uno degli pseudonimi di cui si servì Emilio De' Rossignoli nel corso della propria vita. Come accennato nell'articolo Ultimo indirizzo conosciuto: R105, N246, Jarma Lewis era un'attrice americana, non molto nota al grande pubblico, ma che in qualche modo seppe colpire l'immaginazione dello scrittore milanese, molto attento alle dinamiche hollywoodiane, tanto da indurlo a firmare con tale nome alcuni titoli per la collana "I gialli che turbano", edita nei primi anni Sessanta dall'Editoriale Franco Signori di Milano.

«Fuori dello spazio e del tempo, ognuno chiuso in un suo limbo, esistevano i pianeti chiamati Terra. […] Uno era composto quasi esclusivamente di oceani, con poche foreste di alberi giganteschi, distorti, che crescevano nell'emisfero nord; un altro sembrava immerso in un crepuscolo perenne: un pianeta d'ossidiana scura; un altro ancora era un nido di cristalli multicolori, e un altro possedeva un unico continente che formava un anello di terra attorno a una grande laguna. I relitti del tempo, abbandonati, moribondi. […]
Indossava una camicia hawaiana, calzoncini da spiaggia color oro, un paio di scarpe da ginnastica logore, e un berretto da giocatore di baseball. Pesava almeno centoventi chili ed era alto più di un metro e novanta. Un uomo grosso. […]»

Inauguriamo qui un'ideale 'Guida alle guide dell'Italia lunare', a quei tentativi, cioè, di mappatura - Baedeker, reportage, inchieste - che a partire dagli anni '60 cercano di dar conto del lato più oscuro, inquietante e insolito del Paese dove fioriscono i limoni. Iniziamo con una delle più note e interessanti, I misteri d'Italia di Dino Buzzati.

Homunculus è l'unico romanzo scritto da Gianni Roghi, scrittore e giornalista, inviato speciale del settimanale «L'Europeo», campione di caccia subacquea e di sci, etnologo, biologo, ma soprattutto sommozzatore e pioniere dell'archeologia sottomarina. Una vita impegnativa e indubbiamente spericolata, che lo portò troppo presto e in maniera epica al cospetto di Caronte: il 3 marzo 1967 viene investito da un elefante impazzito durante un viaggio nella Repubblica Centro Africana. Una settimana dopo muore nell'ospedale di Bangui, all'età di quarant'anni. Giorgio Bocca, su «Il Giorno» del 12 marzo 1967, ebbe modo di scrivere: «...era soprattutto un uomo intelligente, troppo intelligente per identificarsi in una qualsiasi professione». Pochi anni prima, nel giugno del 1963, Roghi aveva scritto un articolo per «L'Europeo» dal significativo titolo: Dov'è la coscienza? Dibattito su un problema affascinante della scienza d'avanguardia: il peccatore biochimico. E in questo romanzo, in continuo bilico fra quello che oggi si definirebbe "noir" e qualcosa simile alla sindrome di Frankenstein, Roghi ipotizza la "realizzazione" di un super uomo geneticamente modificato tramite l'alimentazione della futura madre1. Significativa la scelta del nome del protagonista, lo scienziato autore dell'esperimento Giovanni Rogus, fusione tra il cognome dello scrittore e la parola latina rogus. Rogus con il significato di "preghiera, petizione" è vocabolo ignoto al latino classico, che registra invece, nello stesso senso, rogatus2. Nell'età medioevale, il termine figura in un notevole numero di esempi , tra i quali (in senso figurato) è interessante segnalare "ceneri, spoglie mortali".

Umorismo che rimi con umorismo

Alla sua sesta uscita (maggio 1970), Horror sta maturando una fisionomia precisa: oltre a Orizzonti del fantastico di Emilio de' Rossignoli (che prende questo titolo a partire dal n. 4), le rubriche fisse sono: I maghi del terrore, ovvero le interviste di Luigi Cozzi a personaggi come Roger Corman, Antonio Margheriti, Carlo Rambaldi; la Storia del cinema fantastico di Piero Zanotto (dal n. 3); Ai confini della realtà - Storie vere del mondo occulto di Ambrogio Isella (dal n. 4), Al di là di Ornella Volta (dal n. 5) e Horror market, con le novità cinematografiche e letterarie (a partire da n. 3 curata da Claudio Bertieri).

«Il pavimento del mondo era increspato come il fondale di un oceano. Il Sole al tramonto inchiostrava di ombra violetta ogni increspatura. [...] L'orizzonte orientale era una muraglia azzurronera sotto un arco ampio e basso di ruggine corrosa, le cui estremità sprofondavano in lontananza, a destra e a sinistra. [...]
E verso quell'orizzonte correva l'amsir. I piedi dalle grosse dita unghiute sbattevano e frusciavano tra le increspature, sollevando effimeri sprazzi di sabbia grossolana che subito ricadevano [...] Teneva un giavellotto dall'asta metallica stretto contro il torace, con le mani munuscole che spuntavano a metà delle ossa principali delle ali.
Honor White Jackson lo stava inseguendo, e aveva un'opinione diversa, ma l'amsir era bello».
In questo lirico scenario fuori dal tempo e lontano nello spazio, inizia la sfida mortale tra il giovane del popolo della Spina e l'amsir, strano umanoide del deserto. Ma al di là dei colori esotici e della dettagliata biologia aliena, perché questo romanzo minore di Algys Budrys mi incantò tanto da adolescente?