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Jarma Lewis è uno degli pseudonimi di cui si servì Emilio De' Rossignoli nel corso della propria vita. Come accennato nell'articolo Ultimo indirizzo conosciuto: R105, N246, Jarma Lewis era un'attrice americana, non molto nota al grande pubblico, ma che in qualche modo seppe colpire l'immaginazione dello scrittore milanese, molto attento alle dinamiche hollywoodiane, tanto da indurlo a firmare con tale nome alcuni titoli per la collana "I gialli che turbano", edita nei primi anni Sessanta dall'Editoriale Franco Signori di Milano.

«Fuori dello spazio e del tempo, ognuno chiuso in un suo limbo, esistevano i pianeti chiamati Terra. […] Uno era composto quasi esclusivamente di oceani, con poche foreste di alberi giganteschi, distorti, che crescevano nell'emisfero nord; un altro sembrava immerso in un crepuscolo perenne: un pianeta d'ossidiana scura; un altro ancora era un nido di cristalli multicolori, e un altro possedeva un unico continente che formava un anello di terra attorno a una grande laguna. I relitti del tempo, abbandonati, moribondi. […]
Indossava una camicia hawaiana, calzoncini da spiaggia color oro, un paio di scarpe da ginnastica logore, e un berretto da giocatore di baseball. Pesava almeno centoventi chili ed era alto più di un metro e novanta. Un uomo grosso. […]»

Inauguriamo qui un'ideale 'Guida alle guide dell'Italia lunare', a quei tentativi, cioè, di mappatura - Baedeker, reportage, inchieste - che a partire dagli anni '60 cercano di dar conto del lato più oscuro, inquietante e insolito del Paese dove fioriscono i limoni. Iniziamo con una delle più note e interessanti, I misteri d'Italia di Dino Buzzati.

Homunculus è l'unico romanzo scritto da Gianni Roghi, scrittore e giornalista, inviato speciale del settimanale «L'Europeo», campione di caccia subacquea e di sci, etnologo, biologo, ma soprattutto sommozzatore e pioniere dell'archeologia sottomarina. Una vita impegnativa e indubbiamente spericolata, che lo portò troppo presto e in maniera epica al cospetto di Caronte: il 3 marzo 1967 viene investito da un elefante impazzito durante un viaggio nella Repubblica Centro Africana. Una settimana dopo muore nell'ospedale di Bangui, all'età di quarant'anni. Giorgio Bocca, su «Il Giorno» del 12 marzo 1967, ebbe modo di scrivere: «...era soprattutto un uomo intelligente, troppo intelligente per identificarsi in una qualsiasi professione». Pochi anni prima, nel giugno del 1963, Roghi aveva scritto un articolo per «L'Europeo» dal significativo titolo: Dov'è la coscienza? Dibattito su un problema affascinante della scienza d'avanguardia: il peccatore biochimico. E in questo romanzo, in continuo bilico fra quello che oggi si definirebbe "noir" e qualcosa simile alla sindrome di Frankenstein, Roghi ipotizza la "realizzazione" di un super uomo geneticamente modificato tramite l'alimentazione della futura madre1. Significativa la scelta del nome del protagonista, lo scienziato autore dell'esperimento Giovanni Rogus, fusione tra il cognome dello scrittore e la parola latina rogus. Rogus con il significato di "preghiera, petizione" è vocabolo ignoto al latino classico, che registra invece, nello stesso senso, rogatus2. Nell'età medioevale, il termine figura in un notevole numero di esempi , tra i quali (in senso figurato) è interessante segnalare "ceneri, spoglie mortali".

Umorismo che rimi con umorismo

Alla sua sesta uscita (maggio 1970), Horror sta maturando una fisionomia precisa: oltre a Orizzonti del fantastico di Emilio de' Rossignoli (che prende questo titolo a partire dal n. 4), le rubriche fisse sono: I maghi del terrore, ovvero le interviste di Luigi Cozzi a personaggi come Roger Corman, Antonio Margheriti, Carlo Rambaldi; la Storia del cinema fantastico di Piero Zanotto (dal n. 3); Ai confini della realtà - Storie vere del mondo occulto di Ambrogio Isella (dal n. 4), Al di là di Ornella Volta (dal n. 5) e Horror market, con le novità cinematografiche e letterarie (a partire da n. 3 curata da Claudio Bertieri).

«Il pavimento del mondo era increspato come il fondale di un oceano. Il Sole al tramonto inchiostrava di ombra violetta ogni increspatura. [...] L'orizzonte orientale era una muraglia azzurronera sotto un arco ampio e basso di ruggine corrosa, le cui estremità sprofondavano in lontananza, a destra e a sinistra. [...]
E verso quell'orizzonte correva l'amsir. I piedi dalle grosse dita unghiute sbattevano e frusciavano tra le increspature, sollevando effimeri sprazzi di sabbia grossolana che subito ricadevano [...] Teneva un giavellotto dall'asta metallica stretto contro il torace, con le mani munuscole che spuntavano a metà delle ossa principali delle ali.
Honor White Jackson lo stava inseguendo, e aveva un'opinione diversa, ma l'amsir era bello».
In questo lirico scenario fuori dal tempo e lontano nello spazio, inizia la sfida mortale tra il giovane del popolo della Spina e l'amsir, strano umanoide del deserto. Ma al di là dei colori esotici e della dettagliata biologia aliena, perché questo romanzo minore di Algys Budrys mi incantò tanto da adolescente?

Riscoprire libri dimenticati significa anche ritrovare personaggi che hanno contribuito a fare la storia dell'editoria in Italia: una storia discreta e non strillata – lontana dalla luce dei riflettori perché poco interessante per i più – ma preziosa per ripercorrere il nostro passato in una prospettiva insolita, come abbiamo già osservato parlando della straordinaria avventura dei piccoli editori romani "d'assalto" degli anni Sessanta. La collana «Sotto accusa», pubblicata da Fabbri nel corso del 1973 e destinata non solo alle librerie, ma anche alle edicole, comprende due serie, una di romanzi (profilata in rosso) e una di inchieste (in nero). Tra gli autori dei romanzi, tutti thriller "di costume" calati a fondo nella scottante e contraddittoria società italiana dell'epoca, compaiono Enrico Vaime (Novanta di gradimento), Giuseppe Pederiali (Povero assassino), Inisero Cremaschi (Le mangiatrici di Ice-Cream), Luciano Anselmi (Il commissario Boffa), Giuseppe Bonura (Morte di un senatore), Gaetano Gadda (Il complice del suicidio), Vieri Razzini (Terapia mortale, da cui Lucio Fulci trasse il memorabile film Sette note in nero, del 1977).

Herbert Read nasce nel 1893 da una famiglia contandina, a Muscoates Grange, in Inghilterra. Muore nel 1968 a Malton, sempre nel regno di sua maestà Elisabetta II. Dopo aver combattuto durante la Prima guerra mondiale, fu nominato conservatore al Victoria and Albert Museum; insegnò poi arte all'Università di Edimburgo e intraprese una proficua attività letteraria. Conosciuto ai più per la sua attività di poeta e di critico, in quest'ultimo campo fu in grado di spaziare dalla politica alla letteratura e, soprattutto, alla pedagogia e all'arte. In ambito critico, un autentico classico è rappresentato da Education trough Art (1943, "Educazione attraverso l'arte"), un'opera dedicata al rapporto tra arte e società nella quale Read sviluppò il concetto della "natura dialettica dell'arte". Quest'ultima non è vista come un sottoprodotto dello sviluppo sociale, ma come uno degli elementi originari che vengono a formare una società. Tra i tanti libri pubblicati a suo nome, spicca The green child, l'unico romanzo da lui scritto: storia allegorica e fantastica, di difficile catalogazione, giunge in Italia nel 1952 grazie a Bompiani con il titolo La fanciulla verde.

Negli ultimi mesi ci siamo dedicati con cura ed entusiasmo alle ricerche biografiche su Emilio De' Rossignoli. È un lavoro lungo e complicato: strade che sembrano promettenti imboccano un vicolo cieco; ipotesi plausibili alla fine si arenano... Insomma, ci vorranno altro tempo e tanta pazienza. Ma abbiamo fatto alcuni passi avanti, che vogliamo raccontare anche se ancora non siamo arrivati a un vero punto di svolta, alla chiave che apre la porta segreta.

Forse il ’68 un’anima occulta, magica, l’aveva avuta sin dal principio, si diceva. È che a un certo punto la commistione si fa esplicita: in fondo, in entrambi i casi, si tratta di forzare le barriere del possibile. “Sono entrato l’altro giorno in prima persona in quella libreria, come si chiama, fa lo stesso, era una libreria che sei o sette anni fa vendeva dei testi anarchici, rivoluzionari, tupamari, terroristi, dirò di più, marxisti…”: adesso s’è riciclata, vende “erbe medicamentose, e istruzioni per fare l’homunculus”, e la bazzica “gente fantastica, gente che parla con gli angeli, che fa l’oro, e poi maghi professionisti, con la faccia da mago professionista”. I pittori espongono quadri con titoli come Mystica Rosa, Atanòr, Sophia. Ex tupamari uruguayani animano riviste esoteriche con nomi da grimorio, ed evocano ectoplasmi nelle sedute spiritiche. E i libri di successo? Niente più Lenin o Mao-Tse-Tung: romanzi gnostici, invece, e il libro “di una giornalista famosa, che racconta di cose incredibili che accadono a Torino, Torino dico, la città dell’automobile: fattucchiere, messe nere, evocazioni del diavolo, e tutto per gente che paga, non per le tarantolate del meridione”.

Perché parlare di un libro pubblicato nel 2013, La storia dei Racconti di Dracula di Sergio Bissoli e Luigi Cozzi (Edizioni Profondo Rosso, Roma) proprio qui, dove abitualmente ci occupiamo di libri fuori catalogo, da riscoprire e da salvare? Innanzitutto perché è in piena sintonia con il nostro spirito e ha il merito di aver riscoperto e salvato, appunto, libri e autori dimenticati. Ma anche perché noi amiamo i libri eccentrici e fuori dagli schemi e questo lo è ‒ eccome! ‒, sia nella struttura sia nei contenuti: la storia dei Racconti di Dracula viene ricostruita, infatti, attraverso l'alternanza di memorie personali, interviste, biografie e persino un romanzo inedito. Infine, perché da ogni pagina trasuda quella passione caparbia e idealista cara al nostro cuore e che, personalmente, considero il sale della vita (e un segno di elezione).

Povero Cristo è un romanzo bizzarro e non facile da decifrare. Un amico mi ha confessato di averlo addirittura strappato in due e scagliato contro il muro senza finire di leggerlo, tanto gli dava sui nervi e gli pareva stupido e incomprensibile (ma era giovane e intemperante: in seguito se ne pentì). Non che sia un libro difficile da intendere alla lettera, tuttavia è un libro che, proprio se preso nel suo significato letterale, risulta come minimo naif (e pesantemente trash). Vorrei proporre un'interpretazione che in parte lo riscatta, ma posso affermare che Carpi qui ha fallito, perché non è un'opera riuscita quella che richiede di discostarsi troppo dal significato apparente. O meglio, quella il cui significato apparente non sia pienamente godibile in sé.