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“Gentilissimo Signor De' Rossignoli, la Rizzoli, dopo molte tergiversazioni e molte lentezze, ha risposto di no a DOTTORE IN STRAGE…” Così, il 16 dicembre 1974, l’agenzia letteraria Linder comunicava a Emilio De Rossignoli il fallimento delle trattative con l’editore milanese, proponendogli di tentare con Longanesi: dopo questa lettera, però, di Dottore in strage - come ha ricostruito, qualche mese fa, Anna Preianò - si perdono le tracce. Ma è proprio così?

Tra le mille collane di fantascienza nate, e purtroppo poi non vissute a lungo, negli anni '70, i tascabili Longanesi spiccano per qualità e per le copertine di Oliviero Berni: Zelazny, Delany, Ballard... e antologie importate dagli USA, al livello di quelle che Urania proponeva fino a qualche anno prima, se non superiore (come nel caso della preziosa Domani andrà meglio, nella stessa collana).
Questo Sorriso metallico, dalla copertina tra l'angosciante e il sardonico, non è da meno. Il classico tema del rapporto tra uomini e robot (androidi e semplici computer compresi) viene esplorato in ogni sfumatura: servo che si ribella, che ci controlla, che si sostituisce a noi, o che condivide le stesse angosce.

Poco più di duecento pagine da leggere il più lentamente possibile e da ricominciare subito dal principio una volta arrivati alla fine, in un ciclo immersivo che diventa esercizio spirituale.
Il soldato Tamura stava di vedetta sul mio scaffale da un paio d'anni, comprato così, spinta da quell'attrazione che agli amanti di libri fa fare tanti acquisti sbagliati, ma che nel tempo si trasforma in infallibile istinto. Poi ho letto della presentazione a Venezia del film Nobi (Fuochi nella pianura) di Shinya Tsukamoto (consacrato dal dirompente Tetsuo, con le allucinanti trasformazioni della carne in metallo) e al primo pensiero ("Voglio vederlo!") ne è subito seguito un altro: "Il nome del protagonista, Tamura, mi ricorda qualcosa...". Ho pensato che potesse essere tratto da quel libro mai aperto ed è venuto il suo momento. Così, fatalmente, si inanellano le piccole, grandi gioie del cacciatore di bellezze nascoste.

Quando ero piccolo mio nonno mi mostrava la collina della Giana, o delle Giane (la grafia non importa: il dialetto non è fatto per essere scritto). Era – è – un rilievo ondulato, coltivato a grano: in mezzo stava un'apertura puntellata da mattoni, probabilmente (credo, oggi) un pozzetto medievale, scavato in corrispondenza di una fonte. Mi ci sarebbero voluti anni, e la lettura di Storia notturna di Carlo Ginzburg, per capire che quella misteriosa Giana (una donna? "Una specie", mi diceva mio nonno, senza entrare nei dettagli) altri non era che Diana cacciatrice, sopravvissuta e trasfigurata da duemila anni di Cattolicesimo; e le Giane null'altro che le Dianæ, le ninfe che l'attorniavano, ora divenute una qualche sorta di fate (donne? una specie).

I superflui, di Dante Arfelli

I superflui manca dagli scaffali dal 1994, anche se probabilmente molti tra voi avranno il piacere di trovarlo tra i libri dei genitori, se non tra quelli dei nonni, vista l'enorme diffusione che ebbe ai tempi della prima edizione. Opera prima di Dante Arfelli, scritta a 28 anni e uscita nel 1949, capace di vendere centomila copie in Italia e addirittura ottocentomila negli Stati Uniti, oltre a vincere nello stesso anno il Premio Venezia (antenato dell'attuale Campiello) nella sezione inediti.

Instancabile poligrafo, gran maestro di cucina redazionale, lettore insaziabile, collezionista compulsivo di ritagli e bizzarrie, compositore sopraffino capace di far risuonare tutte le corde dell'animo, dalla commozione all'orrore, dal sorriso al disgusto: oggi vogliamo ricordare Emilio de' Rossignoli come giornalista, la professione alla quale si dedicò sempre con eleganza e senza far chiasso, tanto che anche di questa sua attività non è rimasta memoria.

«Ogni Conflitto Sociale è lo scontro di tre forze fra di loro contrastanti: l'Ordine Costituito, l'opposizione che cerca di rovesciare l'ordine esistente e sostituirlo con uno proprio, e la tendenza all'aumento dell'Entropia Sociale, tendenza che ogni Conflitto Sociale genera, e alla quale, in questo contesto, si può pensare come alla forza del Caos».

 Gregor Markowitz, Teoria dell'Entropia Sociale

Nonostante tutto – lo confesso – avevo una certa riluttanza ad affrontare il De Rossignoli 'rosa': quell'autore, cioè, che fra fine anni '70 e inizio anni '80 aveva licenziato per Sonzogno (la casa editrice, per dire, di Liala) romanzi dai titoli come Concerto per una bambola, Strega alla moda e – appunto – La donna di ghiaccio, apparentemente dimentico dei suoi trascorsi vampirici. E però le bancarelle di paese sono bestie imprevedibili, e nell'avvicinarle è mestieri abbandonarsi alla serendipità: questa, poi, era stata per me teatro di mirabili trouvaille fin dai tempi delle elementari, da Kolosimo al Memoriale di Sant'Elena, e fino a lussuose riviste d'avventura degli anni '30 da far venire una sincope a qualunque studioso di postcolonial. Di sotto a una pila di Harmony, il libercolo occhieggiava proprio me: valeva la pena soprassedere sulla copertina (un indegno acquerello da inserto di Grand Hotel) e sul riassunto in quarta ("Ho amato due uomini diversi tra loro come l'estate e l'inverno"); e finanche, complice un agosto piovoso e un bar davanti a un lago, affrontarne, persino con una certa curiosità, la lettura.

Che bella era la collana Olimpo nero della Sugar. Poe, Stoker e i classici del gotico inglese in edizioni eleganti, essenziali; e nello stesso catalogo di Nodier, Huysmans (Là-bas), Balzac. Sacher Masoch, quando ancora Sterling Morrison e John Cale non si erano imbattuti in Venus im Pelz, e quando - soprattutto - non aveva subito volgarizzamenti plebei a base di latex e sfumature di grigio. E Sade, ovviamente – prima dell'assunzione nell'Olimpo in carta india della Pléiade, quando ancora era una cosa semi-clandestina, da mandare (nella Francia più gretta e piccoloborghese) gli editori sotto processo; ma nell'Italia del 1967 Justine usciva con una copertina celeste polvere, introdotta da Guido Piovene e con un saggio di Jean Paulhan, giusto un anno prima che nelle sale arrivasse la versione cinematografica – folle, kitsch – di Jesús Franco.

Tra gli appassionati di fantascienza ferve, sempre pronto a riaccendersi, il dibattito sul ruolo storico di Urania: diffusione della sf fino a livelli di popolarità eccezionali negli anni '70, o chiusura della medesima in un ghetto, da cui non è più riuscita a uscire una volta che, cessata la spinta della corsa allo spazio e l'influenza della guerra fredda, era necessaria una trasformazione?

Il primo aggettivo che mi sono sentito di associare, a lettura ultimata, a questo volume è "ingannevole". Un "inganno" non troppo sgradevole invero, che si riferisce alla veste editoriale scelta da Longanesi più che ai contenuti dei tre racconti di Bloch, nome che rappresenta una garanzia per l'amante del fantastico. Ingannevole è il titolo, almeno nella versione italiana, dove i "draghi" dell'originale, effettivamente presenti nel testo, sono stati sostituiti da presunti "miracoli".

Noi ci entusiasmiamo davanti agli spettacoli della natura e davanti alle opere dell’uomo... ma non ci rendiamo conto di vedere solo una piccola parte della realtà esistente. Cosa vedremmo, se come gli insetti fossimo sensibili agli infrarossi? Cosa si nasconde in altre bande ancora? Cosa c’è dietro la “sinistra barriera” costituita dai limiti della nostra vista?