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Nel 1988, secondo un sondaggio riportato dal giornalista Arrigo Levi, il 33% degli italiani credeva nell’esistenza del diavolo.1 Nello stesso anno, sondaggi più circoscritti – e limitati alla città di Torino, già di suo connotata da una certa reputazione sulfurea – consentivano di precisare il dato, con qualche piccola sorpresa. Nella città della FIAT e dell’Einaudi, nel 1988, credevano al diavolo il 18,7% degli uomini e il 19,3% delle donne: un dato praticamente identico, dunque, alla faccia di una presunta propensione femminile alla superstizione.

Torniamo dopo molto tempo a pubblicare un nuovo articolo su Mattatoio n.5, occupandoci di un bizzarro personaggio e del manoscritto da lui redatto, da titolo Dei tesori nascosti. Giuseppe Bodini, questo il nome del protagonista della storia qui narrata, si mise a dissertare su come scovare e scoprire preziosi tesori, sulle modalità per “levarli” dal terreno, segnalandone infine ben 28 in quel territorio stretto tra l’Oglio e il Po, in provincia di Cremona, sicuramente fecondo di uomini “particolari”, se non proprio di forzieri nascosti.

Incontro Alfredo Castelli in pausa pranzo, in un giorno di maggio in cui finalmente, anche a Milano, si può stare all’aperto. Una bottiglia di vino fresco, una tenera giornata primaverile, un disteso momento di otium: sono occasioni come queste a dar gusto alla vita. Parliamo di tante cose: delle ricerche matte che ci piace fare, di archivi da spulciare, del Buffalo Bill italiano e della tristezza di collezioni smembrate e vendute pezzo per pezzo; del sogno di uno spazio dedicato alla cultura popolare, dove raccogliere le nostre – e altrui – biblioteche. Infine, in pace con il mondo, accendo la sigaretta e il registratore e ripenso con un sorriso all’osservazione di una giovane amica: “Ma perché non fai come fanno tutti? Scrivi le domande e ti fai rispondere per mail!”.

Fino al 7 giugno, nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, è allestita la mostra itinerante Inferno (1914-1918) di Tom Porta. Settanta opere, tra tele di grandi dimensioni e disegni, che rievocano la Prima guerra mondiale attraverso il viscerale accostamento tra scene dal taglio cinematografico e citazioni dell’Inferno dantesco. Ce la racconta lui stesso – affabulatore scanzonato all’apparenza, nella sostanza artista di spessore e mente fine – nella sua casa-studio, dove vive insieme a un pitone e a un dragone barbuto australiano, tra caschi di Iron Man e memorabilia assortiti.

Il tam-tam tra appassionati di fantascienza funziona ancora e così anche un vecchio romanzo come questo, di un autore stimato (ha avuto presentazioni da Asimov) ma che non ha mai creato grandiosi cicli o vinto premi Hugo – ed è scomparso da molti anni – ha un suo seguito. Finalmente ho potuto gustarlo: difficile anticipare la trama senza rovinarla; prendiamola alla larga e diciamo che i romanzi di Oliver hanno una solida e lineare narrazione e nascono in ambienti aperti (la savana africana delle Rive di un altro mare, qui l'alta montagna USA: 4000 mt!), in paesaggi che immagino aridi e polverosi, con un protagonista solitario... sarà perché Oliver era texano?

John Barth nasce nel 1930 a Cambridge, nel Maryland. In Italia è conosciuto più come teorico e professore universitario che come scrittore, ignorando il ruolo di primo piano che ebbe nell'ambito della letteratura nord-americana del secolo scorso, grazie a opere originali e mai banali che colpirono non poco sia la critica che il pubblico.Tra queste spicca Giles ragazzo-capra, quarto romanzo dell'autore: scritto nel 1966 e pubblicato in Italia da Rizzoli nel 1972 nella collana Scala, è oggi pressoché dimenticato, con sommo rammarico dello scrivente e di un nugolo di appassionati, visto che il titolo risulta presente in molte "liste" di libri da ristampare che circolano in rete.

Colpito dall'acutezza dei temi trattati in Esperimento Donna, e interessato alle "radici della fantascienza italiana", ho voluto proseguire la riscoperta di questa autrice.

Nel mese di giugno del 1961, sul «Settimo giorno»1 escono tre articoli in cui Emilio de' Rossignoli, momentaneamente accantonati divi del cinema e principesse, svela, forse per la prima volta, il suo interesse per l'occulto, sicuramente con l'intenzione di promuovere la prossima pubblicazione di Io credo nei vampiri, prevista per il settembre dello stesso anno: La vera magia è il privilegio di pochi (6 giugno), I vampiri hanno lasciato la leggenda per entrare nella cronaca (13 giugno) e I fantasmi dei nostri tempi non disdegnano la televisione (20 giugno).

È il primo romanzo di Matheson che leggo, quindi non posso valutare l'autore. Romanzo e racconti però fanno capire che Richard Matheson è uno di quegli autori che non vuole uscire dal genere che si è scelto, ma preferisce arricchirlo di spunti e di aperture.

Nel caleidoscopio d'un giornale femminile un dongiovanni fa strage di cuori senza curarsi delle lacrime delle amanti d'una sera. Ma ci sarà una donna che non accettando il brusco addio trasformerà in odio la sua passione bruciante. E la violenza dell'odio genererà una catena di delitti che sarà sciolta da un nuovo amore.

Una scoppiettante sarabanda in tonalità surreal-macabro-minore, con frequenti passaggi in ironico-maggiore ed un leitmotiv melodico brillantemente cantato in prima persona singolare. Fuochi d'artificio d'uno stile che è pazzescamente limpido e smagliante – da un lato – quanto colorito e complesso dall'altro.

Un lettore di fantascienza è per definizione un "nuovista", appassionato del futuro; ma al tempo stesso, per ragioni storiche, un cospicuo sottogruppo dei lettori di fantascienza italiani ha raggiunto e superato la mezza età. Ne consegue un continuo conflitto tra sostenitori del libro digitale e del libro cartaceo, che raggiunge sottigliezze degne delle diatribe tra monofisiti e manichei: Vuoi mettere che con il digitale puoi associare la copertina (digitale) che vuoi? – Sì, ma non sarà mai una copertina dipinta da Karel Thole, anche un po’ ingiallita, non credi?