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Con la recensione di Povero assassino, il primo giallo di Giuseppe Pederiali ambientato a Milano (Fratelli Fabbri Editore, 1973), abbiamo avuto il piacere di occuparci di questo autore emiliano, quindi siamo rimasti in zona, spostandoci solo “di lato”, con Le città del diluvio, la cui trama si dipana tra il capoluogo meneghino e il delta del fiume Po.

Sottesa alla narrativa horror e fantastica di scuola lovecraftiana c’è una filosofia nichilistica che è stata definita “cosmicismo”, che considera la razza umana come una presenza accidentale ed insignificante all’interno di un universo meccanicistico, caotico ed indifferente. Creature e mondi spaventosi e sovrannaturali sono quindi creati anche per sfuggire a questa cupa visione di immensi cieli neri e vuoti. Questo aspetto decadente, questa sorta di spleen trasposto su scala cosmica, è colto alla perfezione dai racconti di Clark Ashton Smith, che di Lovecraft era, oltre che collega, amico epistolare; i due si stimavano ed ammiravano a vicenda e furono influenzati l’uno dall’altro, pur mantenendo stili ed approcci diversi. É significativo ricordare che Smith fu molto influenzato anche da Baudelaire e le sue traduzioni in inglese delle poesie del “maudit” sono considerate fra le migliori.

Pedro Ara Sarrìa (Jaca, Spagna, 1891 - Buenos Aires, Argentina, 1973) è stato un medico anatomista spagnolo, e fu l'imbalsamatore del corpo di Maria Eva Duarte Ibarguren De Peròn, la famosa Evita Peròn.

Vasco Mariotti può essere considerato, senza ombra di dubbio, uno dei padri del giallo italiano, almeno da un punto di vista anagrafico, visto che fece parte della prima schiera che negli anni Trenta dovette soddisfare l’esigenza del regime fascista, in ottemperanza al progetto autarchico, di sviluppare una produzione libraria autoctona1.

Nero., di Tiziano Sclavi

In una recente intervista pubblicata su Medium Italia1, Tiziano Sclavi ha affermato di aver scritto nel corso della propria vita, un sacco di cose, tra cui parecchi romanzi, alcuni dei quali, una volta distribuiti, hanno poi ottenuto “un’esplosione di indifferenza totale”.

Questo è un libro che mi è particolarmente piaciuto e a cui sono molto legato; per l’occasione ho deciso di fare uno strappo alla regola non scritta, che vorrebbe che su questo sito si recensissero solo titoli di difficile reperibilità, parlando di un’opera che, seppur molto datata, è da poco stata ristampata da Relapsus, piccola casa editrice di Gallarate, nel varesotto. Il libro in questione si chiama Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana di Ulisse Barbieri, pubblicato per la prima volta nel 1868 dell’editore Natale Battezzati di Milano.

Sul finire degli anni Sessanta, il Belpaese visse un autentico boom del romanzo giallo, con un fiorire di pubblicazioni e collane su cui trovarono spazio anche diversi autori italiani, non più obbligati ad utilizzare pseudonimi anglosassoni come in passato, ma liberi di ricorrere al proprio nome di battesimo. Rispetto agli anni precedenti non solo aumentò la produzione, ma anche la qualità risultò migliore, come se il doverci mettere “la firma” obbligasse gli autori ad un maggior impegno, con soddisfazione di tutti, pubblico compreso. Il successo poi di Scerbanenco fece scuola e rese tutto più facile.

Giuseppe Pederiali è un nome che non necessita di molte presentazioni, capace in passato di coniugare con la sua scrittura il mondo del fantastico con quello del reale, dando alle stampe oltre una trentina di titoli interessanti e di successo. Detto questo, possiamo anche affermare che qualche "libraccio", nel senso più buono del termine, anche lui l’ha sulla coscienza. Senza scomodare Zora la vampira, di cui fu l'ideatore e della quale si potrebbe tornare a parlare in futuro, merita una menzione speciale, per il pubblico di Mattatoio n.5, il libro Povero assassino, uscito nel “lontano” 1973 per la Fratelli Fabbri Editore, nella collana Sotto accusa.

Il vampiro, di Steve Cockrane

Lo confesso, ho preso un abbaglio: ero convinto di acquistare un libruncolo in perfetto stile Bram Stoker, con vampiri dai denti aguzzi, quando invece la storia è sostanzialmente un thriller giallastro, con poliziotti, pupe e tanto sangue. E dire che la copertina è molto chiara, con una bella fanciulla in corsetto e calze a rete e una un’inquietante forbice su sfondo rosso a mettere in chiaro le cose: il sangue scorre, non sfama, il sangue scorre, purifica.

Dopo Mario Dagrada, è la volta di Silvio Coppola e le “sue” copertine per Feltrinelli, in particolare quelle realizzate per la collana Franchi Narratori, edita dal 1970 al 1983. Siamo negli gli anni "caldi" dell’impegno ideologico e politico della casa editrice milanese, anni che vedono nascere libri talvolta inconsueti, lontani dai cliché usuali della narrativa di genere.

Dopo 36 mesi di Mattatoio n.5, ci occupiamo finalmente di Sud America, grazie a un racconto di Silvina Ocampo, pubblicato nel 1961 nell’antologia Las invitadas e arrivato in Italia nel 1964, per mano della milanese Todariana Editrice, che ne fece un’edizione autonoma, con presentazione di Rodolfo J. Wilcock. Questa prima edizione è pressoché introvabile, anche se per i più curiosi è possibile recuperare (sempre con difficoltà, lo confesso) il racconto per altre strade, visto che lo si ritrova in appendice a I risvegliati, di Frandal1 e all’antologia pubblicata da Italo Calvino per Einaudi nel 1973, con il titolo di Porfiria. Le tre uscite vedono comunque Livio Bacchi Wilcock come traduttore accreditato, che nel 1974 vinse per questo lavoro il premio IILA (Istituto Italo-Latinoamericano)2.

Roma. Un giovane miliardario inglese, noto per il suo eccentrico interesse per il soprannaturale, si toglie la vita in circostanze apparentemente inspiegabili, lasciando la vedova alle prese con parenti pronti ad avventarsi come rapaci sulla cospicua eredità e il protagonista, un sedicente professore di parapsicologia, a indagare privatamente, scavando nel misterioso passato dei personaggi coinvolti. Fin qui nulla di strano: si potrebbe pensare al più classico dei gialli imperniato sul tema del “complotto di famiglia”, magari con un tocco di finto paranormale, utilizzato per arricchire gli stereotipi del genere. Tuttavia Terapia mortale si discosta nettamente da questi cliché, trascinando il lettore in una vicenda dai toni cupi, quasi kafkiani, dove i protagonisti si trovano a fronteggiare situazioni di possessione ben peggiori delle classiche apparizioni di fantasmi, tipiche del tradizionale filone gotico, descritte con toni onirici e spesso disorientanti.