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Storie di oggi, miti di domani. Intervista a Tom Porta

Autoritratto (Incipit) Autoritratto (Incipit)

Fino al 7 giugno, nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, è allestita la mostra itinerante Inferno (1914-1918) di Tom Porta. Settanta opere, tra tele di grandi dimensioni e disegni, che rievocano la Prima guerra mondiale attraverso il viscerale accostamento tra scene dal taglio cinematografico e citazioni dell’Inferno dantesco. Ce la racconta lui stesso – affabulatore scanzonato all’apparenza, nella sostanza artista di spessore e mente fine – nella sua casa-studio, dove vive insieme a un pitone e a un dragone barbuto australiano, tra caschi di Iron Man e memorabilia assortiti.

Com’è nata l’idea di questa mostra?

Lo spunto è stato il centenario della Prima guerra mondiale. In realtà, la prima opera, quella che chiamo ‘il soldatino’, il fante tedesco con la scritta che la diritta Via era smarrita, risale a un paio di anni prima, al 2012, quando mi era venuta l’idea di dipingere un ciclo sacro con storie della Bibbia tradotte in scene di guerra. Per esempio, la Via Crucis dovevano essere i soldati con i fusti dei cannoni in spalla su un sentiero di montagna; il sacrificio di Isacco era il martire che si immola quando il suo villaggio subisce un rastrellamento da parte dei nemici a caccia di spie. Però alla fine non l’ho realizzato.

01 la diritta via
la diritta via

Perché?

A volte parti con un’idea che poi si modifica, segue altre strade... Volevo evitare il rischio di cadere in luoghi comuni. Progetti a lungo termine di questa portata sono molto pesanti: una volta che ti ci sei imbarcato e hai preso degli impegni, devi arrivare in fondo, non puoi permetterti di dire “adesso sono in un altro mood, faccio altre cose”. Ben diverso è il rapporto personale con un gallerista, al quale puoi chiedere di montarti la mostra sei mesi dopo la scadenza fissata. Anche l’idea di grafica che avrebbe dovuto accompagnare le opere alla fine non l’ho realizzata completamente: un conto è lavorare con l’immaginazione, altra cosa è metterci effettivamente le mani. Però piano piano, completata la prima tela, ‘il soldatino’, appunto, e dopo una lunga pausa, il concetto ha cominciato a prendere corpo, una tela via l’altra. Con Mario Giusti, il mio curatore, abbiamo promosso il progetto in concomitanza con il Centenario, finché la Presidenza del Consiglio dei ministri ci ha chiesto di inserire la mostra nel calendario delle manifestazioni.

Perché Dante?

L’accostamento a Dante è stato abbastanza immediato, e in questo è stato fondamentale il contributo di Giusti. Certo non volevo fare un lavoro documentario sulla Prima guerra mondiale: come sempre, ho cercato un filo che da un contenuto oggettivo conduca a un concetto ideale. Da una parte ci sono gli avvenimenti reali, dall’altra gli scenari concettuali: è questo il legame che cerco di annodare. È come quando ho dipinto i kamikaze giapponesi a partire dal termine usato a sproposito in occasione dell’11 settembre: un terrorista non è un kamikaze, dunque che cos’è?

La Bibbia o Dante: il meccanismo è lo stesso?

Certo, in più Dante è un grande costruttore, è il costruttore della lingua italiana. D’altro canto, la Grande guerra è stata la prima distruzione su scala mondiale. Costruzione e distruzione: coincidenza degli opposti, un positivo e un negativo complementari.

Hai fatto un grosso lavoro di documentazione iconografica?

Sì, e la mia libreria te lo dimostra. Ho cercato molto, ma gli spunti più interessanti li ho trovati in fotografie che ritraggono situazioni di vita comune e quotidiana, sia dei civili sia dei militari. Il materiale a disposizione è scarso. Per la prima volta ho scelto di trattare un argomento storico anche con opere esclusivamente concettuali, come la tastiera del pianoforte, o le tre donne ‒ quella con l’elmetto, quella con la lettera e quella nel quadro ‒ per le quali ho usato modelle vere.

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Tacendo e lacrimando

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Spes

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Damnum

Lo scoppio della guerra è "Lasciate ogni speranza"...

Per quest'opera ho assemblato diverse immagini: il ragazzino ­‒ il classico strillone ‒ e il poliziotto da una parte, dall’altra lo scatto di una strada e un tizio che sembra un po’ Freud. La composizione è un po’ Star Wars: io sono malato di cinema.

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Lasciate ogni speranza

Ci sta bene Freud, distruttore di certezze... Io ci vedo anche molto fumetto, e da parte mia ‒ che sono un’appassionata ‒ è un complimento.

Sì, me lo dicono in tanti. Vero che c’è ancora molta diffidenza nei confronti del fumetto, anche se negli ultimi anni si è avvicinato, anche grazie alla percezione collettiva del graphic novel, alla fine art. Del resto, basterebbe pensare ad Andrea Pazienza e Hugo Pratt per ribaltare il pregiudizio. Fatto sta che se tu dici a uno “Faccio il fumettista”, quello pensa subito che fai Topolino, oppure una con le tette di fuori o chissà cos’altro. Se gli dici “Sono un fumettista e lavoro per la Marvel”, quello pensa “Però, figo”. Ma se gli dici: “Espongo in una galleria”, allora oooh! sì che sei un artista! Agli illustratori capita lo stesso. Anche se Norman Rockwell, che illustrava giornali equivalenti alla nostra Domenica del Corriere, recentemente è stato definito da Obama uno degli artisti più importanti della storia americana, proprio perché ha documentato la vita quotidiana dai primi del Novecento agli anni Settanta. Due dei maggiori collezionisti di Rockwell sono Spielberg e Tom Hanks e per comprare un olio suo oggi devi venderti altro che la macchina e la casa. Noi avevamo Walter Molino, però la Domenica del Corriere non è il Sunday Post...

Vedremo mai un "graphic novel" disegnato da te?

Mi piace l’idea, perché m’interessa lo storytelling, e mi piace la libertà tecnica ed espressiva di non doversi attenere a regole precise, d’inchiostrazione o altro, come invece è richiesto quando si illustrano gli albi di una serie. Sto valutando dei progetti, e non è escluso che io decida di realizzarne uno.

Torniamo alle tue opere. "Il ben dell’intelletto" la guerra se lo porta via...

C’è un documentario, Scemi di guerra, con riprese originali su tutta la gente che è rimasta fracassata dalla guerra, soprattutto dal punto di vista nervoso. C’è anche una parte dedicata alle plastiche: uomini con ferite terribili, senza mezza faccia... un po’ li rimettevano a posto: con delle protesi di cera gli ricostruivano una pseudo-faccia. In Vuolsi così non ho voluto fare uno sfregiato vero e proprio: mi sono limitato a togliere metà della faccia al ragazzo. Questi filmati sono importanti perché è la prima volta che vengono mostrati gli effetti della guerra. È anche l’ultima, però. L’impatto fu tale che, dalla Seconda guerra mondiale a oggi, i governi si sono sempre impegnati a non mostrare più immagini dal potere così negativo.

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Vuolsi così

"Vexilla regis..."

È lo studio di un fotografo, vuoto: ho tolto le foto che normalmente sarebbero state in quelle cornici al muro... ritratti di famiglia ‒ mogli, mariti, figli venuti a farsi scattare una foto ricordo. Ora lo studio è vuoto e le foto non ci sono più perché lì sono stati fotografati anche dei soldati. Rimane solo il fucile a evocare la loro presenza.

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Vexilla regis

Mi piace moltissimo "Mary", la crocerossina insanguinata.

Quella è una foto vera dell’epoca, posata, che ho praticamente ripreso tale e quale, limitandomi a mettere una preparazione di quel colore sotto e a dipingere la parte sopra. Secondo me era una figlia della buona borghesia. Era proprio carina come la vedi, e l’ho lasciata così.

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Mary

Nell’ultimo quadro, "Dies irae", appare un personaggio che assomiglia a Hitler: perché?

Dante, quando arriva in fondo all’Inferno, cammina sul corpo del diavolo: il mondo si ribalta e lui esce dall’altra parte. Il corpo del diavolo, il grande diavolo che emerge dalla Prima guerra mondiale, è Hitler... se guardi bene, ho fatto in modo che le gocce scorrano dal basso verso l’alto per dare il senso del ribaltamento. È una delle opere che preferisco.

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Dies irae

Nel primo quadro invece ci sei tu...

Ero refrattario a farmi l’autoritratto, ma Giusti ha insistito. L’hanno sempre fatto tutti i colleghi: Velázquez, Caravaggio...

Modesto... (ridiamo)

Guarda, abbiamo sempre uno scollamento temporale con il mito... immaginiamoci il barista di Liverpool a cui Lennon e McCartney vanno a dire “Facciamo un gruppo”. Se è ancora vivo, forse farà fatica a vivere i Beatles come li viviamo noi, perché con loro ha avuto un rapporto personale e ne è stato contemporaneo. Il mito si costruisce soprattutto nel tempo. Caravaggio è stato scoperto negli anni Cinquanta. Alla sua epoca stava sui coglioni a tutti: era uno che si menava, lo mettevano in galera ogni due per tre ‒ puttane, alcol, brutte storie. I critici non l’hanno mai inserito in quegli almanacchi in cui listavano tutti gli artisti; ha quasi fatto la fame, scambiava le tele per mangiare. Pochi colpi fortunati e poi è finito in miseria... Era un genio, ma anche una persona normale. Non possiamo dire oggi chi sarà il mito di domani.

Caravaggio per raffigurare la Madonna ha preso come modello il cadavere di una prostituta annegata: un matto, un sacrilego... Non pensi che l’artista riconosciuto a posteriori sia anche uno che non è in sintonia con il suo tempo?

O che ha delle intuizioni che sono riconosciute dopo. La famosa luce caravaggesca, in realtà, è una scoperta dell’acqua calda: la luce, in natura, ce l’hai dall’alto, mai dal basso, e molto, molto raramente di taglio. Caravaggio crea un punto di luce escludendo l’attenzione da tutto il resto – come? – con il buio, mettendo una sola luce dall’alto.

Osservo il set preparato da Tom per fotografare dei soggetti dei quali poi dipingerà il ritratto. Ha installato un faretto in modo che la luce cada dall’alto.

Quindi le tue foto sono caravaggesche?

Sì, perché è un’osservazione della natura, una regola che viene dalla natura stessa.

Ora, quindi, ti dedichi ai ritratti...

No, a tutte le cose che ho intorno: persone, oggetti, luoghi. Dopo aver lavorato tanto sulla storia e il passato voglio lavorare sulla storia di domani, cioè l’oggi.

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