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The Purloined De Rossignoli

"Non appena ebbi gettato uno sguardo al quella lettera, compresi che era proprio quella di cui ero alla ricerca..." "Non appena ebbi gettato uno sguardo al quella lettera, compresi che era proprio quella di cui ero alla ricerca..."

“Gentilissimo Signor De' Rossignoli, la Rizzoli, dopo molte tergiversazioni e molte lentezze, ha risposto di no a DOTTORE IN STRAGE…” Così, il 16 dicembre 1974, l’agenzia letteraria Linder comunicava a Emilio De Rossignoli il fallimento delle trattative con l’editore milanese, proponendogli di tentare con Longanesi: dopo questa lettera, però, di Dottore in strage - come ha ricostruito, qualche mese fa, Anna Preianò - si perdono le tracce. Ma è proprio così?

I critici letterari, vuole la diceria, sono quasi sempre scrittori mancati. Può darsi: quel che è certo, però, è che non sono innocenti. Smontare un testo, ricostruirne la genesi, le strategie, i fini, significa aprire il giocattolo, svelare il trucco: il critico letterario è quello che infrange le illusioni, che di fronte all’immagine romantica dell’autore che (febbrile, scarmigliato) compone di getto versi immortali, sciorina con freddezza la lista laboriosa delle varianti; e che mostra quanto calcolata sia ogni sillaba, calibrata la struttura, e fitta di citazioni e rimandi segreti quell’opera che si credeva quasi sorta per partenogenesi. Non che non la paghi, eh: Roland Barthes morì mentre teneva un corso al Collège de France sulla Preparazione del romanzo, in cui asseriva precisamente l’impossibilità di scriverne in un’epoca di innocenza perduta come quella postmoderna (era un problema suo, non del postmoderno: quello stesso anno usciva Il nome della rosa). Ma insomma, tutto questo per dire che ai critici tocca sovente il ruolo del guastafeste: spiegare che Beatrice Portinari può anche non essere esistita, o che comunque la cosa è irrilevante; e che, forse, il manoscritto perduto di Emilio De Rossignoli l’abbiamo sempre avuto davanti agli occhi (ma non è forse questa la peculiarità, da La ragazza che sapeva troppo in poi, di ogni giallo all’italiana che si rispetti?).

Consideriamo due elementi. Il primo è che Dottore in strage doveva essere un libro a cui Emilio De Rossignoli teneva parecchio (altrimenti non si sarebbe servito di Linder per proporlo a Rizzoli): nove anni dopo H come Milano, il conte vuole tornare alla narrativa col suo vero nome, e cerca un editore di rilievo e a distribuzione nazionale. Il secondo è che De Rossignoli non è solo (com’è noto) un grafomane, ma anche e soprattutto un poligrafo: dalla fine degli anni ’50 non ha fatto che scrivere e pubblicare, senza interruzioni (e continuerà a farlo: la quarta di copertina de La donna di ghiaccio dichiara con baldanza come abbia “scritto più di cinquanta romanzi apparsi a puntate su settimanali femminili”). Dal 1974 alla morte passano dieci anni: è legittimo immaginare che avrebbe lasciato inedito un romanzo a cui teneva così tanto?

Facciamo un salto di tre anni, al 1977. Valentino De Carlo stende la presentazione a Lager dolce lager: “La prima stesura”, scrive, “[…] l’ho letta circa sei anni fa e la seconda, nata da alcune schermaglie a fioretto fra me e l’autore, ha riposato per quattro anni nel mio cassetto di pigro ex editore di fs”.1 Quindi, facendo due conti, De Rossignoli ha steso una prima versione del romanzo nel 1971 (battendo sul tempo, nota De Carlo, Il portiere di notte, per certi versi simile per tema e ambientazione, la cui sceneggiatura De Carlo aveva visionato nel ’72), e poi una seconda versione – rimasta “nel cassetto” di De Carlo per quattro anni – nel 1973. Il 7 luglio dell’anno dopo, la Linder contatta Mario Spagnol, direttore editoriale di Rizzoli, per proporgli Dottore in strage. È possibile che si tratti dello stesso libro?

Più che possibile. De Carlo parla esplicitamente di versioni precedenti, e niente ci dice che portassero lo stesso titolo (noteremo peraltro che, come titolo, Lager dolce lager è orrendo: il che parrebbe suggerire un’imposizione da parte della casa editrice, dovuta forse anche al fatto che Dottore in strage – nel cuore degli anni di piombo – poteva forse suonare di cattivo gusto). Ma ci sono anche spie testuali più decisive, e una di queste è il modo in cui viene a volte apostrofato il protagonista, e cioè “dottore”.2 Il “dottore in strage”, dunque, non sarebbe altri che il narratore: quello che si era vantato di essere “un uomo libero”, imprigionato perché “la dittatura ha più paura delle teste che delle armi”3, e che si ritrova – infine – ad amare il campo, come Winston Smith aveva finito per amare il Grande Fratello.

Inoltre, se davvero Dottore in strage è Lager dolce lager, comprendiamo meglio il rifiuto di Rizzoli, che Linder, scrivendo all’autore, aveva motivato con ragioni di opportunità (ma Sergio Pautasso, consulente della casa editrice, aveva invece dichiarato all’agente di essere “un po’ imbarazzato”). Il fatto è che, semplicemente, quel romanzo non poteva piacere a nessuno – e certamente non in quegli anni, con l’Italia nel mezzo di una guerra civile (o della sua simulazione più riuscita), e ogni parte convinta non solo di aver ragione, ma di poterla imporre a colpi di P38, cariche, leggi speciali e tribunali del popolo. Emilio De Rossignoli era istriano, e come moltissimi militari dell’esercito italiano era stato internato in un campo di lavoro tedesco dopo l’8 settembre 1943: conosceva per esperienza diretta l’italianizzazione forzata perpetrata dal fascismo in Dalmazia, così come le sanguinose rappresaglie della popolazione slava e delle truppe titine, e aveva vissuto in prima persona l’esperienza del lager. E i suoi romanzi – Lager dolce lager, ma già H come Milano – sono anzitutto lucide disamine, condotte sotto il velo della narrazione distopica, della barbarie che cova, sempre pronta a riaffiorare, nella natura umana; e del fatto – per dirla con le parole di un disco che esce mentre De Rossignoli, dopo le sue “schermaglie a fioretto” con De Carlo, sta riscrivendo il suo romanzo – che “non ci sono poteri buoni”.4 Nemmeno (verrebbe da dire soprattutto) quelli che promettono rivoluzioni, liberazioni, olocausti e palingenesi: a rivoluzione avvenuta, questa la morale di Lager dolce lager, i campi verranno subito riempiti di nuovo e rimessi in funzione dai nuovi padroni. Ce n’era abbastanza per farsi rifiutare da qualsiasi editore, e trovare riparo, anni dopo, in un’effimera collana di fantascienza: dove però – con Asimov e Heinlein – il libro di De Rossignoli era almeno in ottima compagnia.

  1. Valentino de Carlo, presentazione a Emilio de’ Rossignoli, Lager dolce lager, Milano, Ennio Ciscato Editore, pp. 3-6, p. 5.
  2. Ad esempio a p. 102: “‘Ammirate il mio gingillo, dottore?’ domanda una voce gentile alle mie spalle”.
  3. Ibid., p. 72.
  4. Fabrizio De Andrè, Nella mia ora di libertà, da Storia di un impiegato, 1973

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