Attualità

La libertà è un bene per vecchi. De’ Rossignoli giornalista - Prima parte

Emilio De’ Rossignoli assaggia il rancio nella caserma di Casale Monferrato. «Settimo giorno», 11 aprile 1961. Emilio De’ Rossignoli assaggia il rancio nella caserma di Casale Monferrato. «Settimo giorno», 11 aprile 1961.

Instancabile poligrafo, gran maestro di cucina redazionale, lettore insaziabile, collezionista compulsivo di ritagli e bizzarrie, compositore sopraffino capace di far risuonare tutte le corde dell'animo, dalla commozione all'orrore, dal sorriso al disgusto: oggi vogliamo ricordare Emilio de' Rossignoli come giornalista, la professione alla quale si dedicò sempre con eleganza e senza far chiasso, tanto che anche di questa sua attività non è rimasta memoria.

Nel secondo dopoguerra si era affermato un nuovo tipo di rivista illustrata a larga diffusione popolare e a cadenza settimanale: il rotocalco (dal nome di una tecnica che consentiva di ottenere risultati migliori nella stampa delle immagini a colori). Gli argomenti trattati erano attualità, costume, cronaca, spettacolo; «L'Europeo», «Oggi», «Epoca», «La Domenica del Corriere» sono tra i più noti. Dalla seconda di copertina di Io credo nei vampiri apprendiamo che, all'epoca della pubblicazione del libro (settembre 1961), EdR era redattore di «La Settimana Incom» (rotocalco ispirato all'omonimo cinegiornale al quale collaboravano anche Oreste Del Buono e Peter Kolosimo) ed era stato in precedenza redattore di «Settimo giorno» e caporedattore di «Festival», «Novellefilm» e «Hollywood» (specializzate nel campo del cinema), tutte riviste pubblicate dall'editore Ottavia Vitagliano.

Questa stampa popolare non trattava certo il cinema da un punto di vista critico-estetico, ma si concentrava sulle star che fanno sognare, presentandole in una veste domestica, con «notizie mondane, curiosità biografiche e sulla vita privata, spesso alternate dall'esigenza di presentare elementi insoliti e stupefacenti per conservare anche un contesto favolistico. A prevalere, però, sono i toni della normalità che rappresentano il divo nella vita di tutti i giorni»1. EdR padroneggia questa strategia, ma con leggerezza e quasi senza darlo a vedere ne scardina le regole dall'interno. Infatti, rispetto al divo colto nella sua normalità privilegia quello tormentato e malinconico, lontanissimo dalla quotidianità dei lettori, neoromantico e affascinante, tale da suscitare non invidia ma pietà; al processo di identificazione sostituisce il meccanismo catartico della compassione:

«[Eleonora Rossi Drago] è la donna di prima classe che vuole avere una figlia di classe, proprio come tutto ciò che la circonda, dal suo appartamento, arredato con gusto squisito e ricco di oggetti d'arte, al suo guardaroba, quasi inesauribile. Eppure i mobili del ´500 siciliano, i quadri d'autore, i modelli di Balenciaga, la collezione di giade restano staccati pezzi da museo in una casa che non ode mai voci d'uomo o risate di bimba. Eleonora è sola ed è consapevolmente rassegnata alla solitudine, da quando ha cancellato gli uomini dalla sua vita e vede Fiorella [la figlia] per pochi giorni all'anno. Nel suo magnifico appartamento romano, seduta dinanzi al caminetto all'inglese nel quale guizzano allegre fiammelle, Eleonora sembra più che mai una lady fin-de-siècle, una nobildonna dall'incarnato d'alabastro e dallo sguardo fiero in attesa di un ospite che forse non giungerà mai»2.

Donne di successo ma infelici, sole, insicure, che siano vamp o ragazze della porta accanto. Ecco un inedito ritratto di Edy Campagnoli, la sorridente valletta di Lascia o raddoppia:

«Come sempre, non crede abbastanza in se stessa, nelle proprie possibilità. Teme il ridicolo, il giudizio severo del pubblico, la critica. Non ha dimenticato i giorni brutti, le privazioni e le umiliazioni della povertà, quando le compagne di scuola fingevano di non vederla perché non apparteneva più al loro mondo. Edy ha paura, come se il benessere attuale, il favore del pubblico, l'amore fossero cerchi luminosi nel buio, riflettori che la circondano di luce, ma che possono spegnersi da un attimo all'altro per lasciarla ancora nelle tenebre»3.

La descrizione di questi tipi femminili prelude al De' Rossignoli "rosa", ennesima, successiva incarnazione della versatile penna del "Conte" (con tre romanzi pubblicati per Sonzogno nei primi anni Ottanta: Strega alla moda e Concerto per una bambola, ambientati a Milano, di cui parleremo a breve, e La donna di ghiaccio). Del resto, una caratteristica che emerge chiaramente dalle citazioni riportate è la qualità narrativa della scrittura di EdR, che si rifà senza vergogna, anzi con orgoglio, al feuilleton e alla letteratura popolare nella descrizione dei caratteri e degli ambienti, ma con un'eleganza e una sottigliezza che, ancora una volta, lo collocano fuori dal canone nel quale si inserisce naturalmente. Il "coccodrillo" di Gary Cooper, per esempio, spazia dal western al mélo, e l'attore, pur presentato come un normale "bravo ragazzo", viene proiettato nel mito:

«L'ambiente nel quale Gary trascorse la fanciullezza influì molto sul suo carattere. Alle pendici delle Montagne Rocciose, dove il Missouri attinge le sue acque irruenti, i Cooper avevano un ranch. Gary crebbe in fretta, in un ambiente nel quale la natura selvaggia e primitiva faceva da sfondo alla città con asprezza primordiale. Divenne un ragazzo dalle gambe troppo lunghe, timido e taciturno. [...] Clara [Bow] lo affascinava proprio perché era tanto diversa da ogni ideale di donna che egli si era costruito in segreto nella sua fantasia. Per lei, quel ragazzo innamorato e devoto fu uno svago, una breve parentesi di tenerezza fra altre passioni più forti e drogate. Durò una breve stagione e Gary ne fu sconvolto. Quasi per rivalsa verso una donna frivola, audace e ribelle, Gary si legò a un'altra attrice, Evelyn Brent, seria, quasi austera. Si amarono in silenzio e si lasciarono senza rumore»4.

Altro genere popolare ampiamente praticato da EdR sotto diversi pseudonimi (Martin Brown, Emil D. Ross,Tim Dalton, Sandy James, Jarma Lewis, Ed Rhodes e Giorgio Guglieri, il nome del nipote, usato costantemente come "traduttore" delle firme "anglosassoni") è quello del giallo (virato verso il thriller). Spesso le ambientazioni sono esotiche ed esclusive (come in Velluto nero), ed ecco un incipit che ben figurerebbe in uno di questi romanzi:

«Guardo i panfili che si cullano dolcemente nel porticciolo e assaporo la sensazione di quiete e di benessere che si respira, mista al profumo dei fiori e della salsedine. Il sole ha superato la barriera frusciante delle palme e stria di luce i tavolini del caffè sul Boulevard Albert. Sulla passeggiata, la gente si muove pigramente, quasi riluttante ad andarsene verso i suoi compiti quotidiani; qualcuno sosta sulle panchine. In maggioranza, sono vecchi e bambini».

Si tratta invece della Monaco che fa da sfondo alla «felicità domestica di Grace e Ranieri», ma, a dispetto del titolo che farebbe pensare a una riduzione al quotidiano del ménage principesco, i toni si incupiscono quasi subito. Del resto, sul matrimonio incombono nefasti influssi zodiacali:

«Ranieri è sotto l'influenza solare dei Gemelli, mentre Grace appartiene allo Scorpione: questi due segni non si accordano mai. Secondo gli astrologhi, la donna nata nello Scorpione vive in una terribile contraddizione: ha l'istinto di schiacciare l'uomo che ama».

Inoltre, la principessa cova fin da piccola una melancholia che è quasi preveggenza (il nesso tra umore malinconico, attesa dell'Apocalisse e preconizzazione del futuro è strettissimo fin dall'antichità, ed EdR di questi argomenti si interessava certamente: è quasi incredibile come riesca a innestarli con noncuranza in un contesto simile):

«Da bambina, Grace sognava che il sole precipitava sulla terra e la trasformava in un rogo. [...] Sposando un principe, Grace ha cancellato un mondo dalla sua esistenza (il sole che incendia la terra nei suoi sogni) ed è entrata in un mondo diverso. Ogni viaggio implica una dose di malinconia: ogni casa diversa dalla nostra è una casa ostile. [...] Non è il cinema il male di Grace, ma l'America: il ricordo delle amiche e degli amici, riuniti in brigate spensierate, le corse a cavallo e in automobile, la possibilità di bere, di mangiare, di correre, di gridare, senza che un regolamento lo vieti o lo riduca a una monotona cerimonia»5.

L'ostilità di un posto nuovo, la nostalgia di casa: sentimenti che EdR doveva ben conoscere, viste le sue peregrinazioni tra Lussino, Trieste, Genova e Milano. Spulciando questi splendidi articoli fortunatamente consultabili presso la Biblioteca Sormani di Milano, dai quali mi sforzo di scegliere alcuni passi significativi, resto colpita da due servizi dedicati alle caserme, un argomento che non avrei detto nelle corde del Nostro. Il primo, dedicato all'Accademia di Modena, si conclude a effetto con una visita al museo storico:

«Tra tante memorie eroiche, una mi ha fatto sostare commosso: la bandiera austriaca che sventolava su Lussino, l'isola dove sono nato, il giorno in cui venne occupata dalle truppe italiane, nel novembre 1918. Le memorie, anche le più belle, sono fredde e distanti, se non sono nostre. Ma nel museo dell'Accademia ci sono ricordi per tutti gli italiani poiché la storia di questa scuola militare è storia viva del nostro popolo, gonfia di tragedie e amarezze, ma anche ricca di abnegazione, di coraggio e di sublimi speranze»6.

La fierezza con cui EdR afferma la propria identità attraverso un ricordo personale si ritrova in un reportage di argomento simile:

«Sono andato al C.A.R. di Casale Monferrato col proposito di vivere una giornata in caserma. Questa non era una novità per me; sono pochi gli italiani di quarant'anni che non hanno una esperienza militare e io non faccio eccezione alla regola. Ho prestato servizio di leva in un brutto periodo, durante la guerra. Per questo, quando sento parlare o leggo dei disagi e delle torture morali dei soldati d'oggi penso che chi parla o scrive sia in malafede. Non c'è niente di drammatico nella vita di caserma; non c'era nemmeno ai miei tempi, quando il rancio era composto di molto brodo e quattro famigerati "tubi" e i disagi della guerra si ripercuotevano fatalmente su tutti, compresi i civili. Semmai il dramma arrivava dopo, quando si partiva per il fronte. Ma questa è una storia diversa».

Il microcosmo della caserma a Emilio piace perché è organizzato, egualitario e svolge una funzione sociale : «La caserma è una città, e neanche tanto piccola. Ha i suoi servizi, le sue scuole, i suoi laboratori, persino i suoi divertimenti. Nel suo genere, è una città modello, perché abolisce i privilegi fra i suoi abitanti e aiuta tutti, anche i meno dotati. [...] Non dimentichiamo che circa il dieci per cento dei quattromila giovanotti che passano per il centro ogni anno sono analfabeti. Giungono in genere dalle zone più arretrate del Paese e la loro sprovvedutezza è pari alla loro ignoranza. In caserma si sveltiscono; a contatto con i commilitoni, apprendono in fretta, anche per spirito di emulazione. La libera uscita in una cittadina pulita, laboriosa e progredita come Casale Monferrato li mette in condizione di conoscere un mondo nuovo. Dal canto suo, la caserma li aiuta con corsi d'istruzione obbligatori, tenuti da insegnanti borghesi. Molti soldati si trovano, così, a sedere per la prima volta sui banchi di scuola. In sei mesi non si possono fare miracoli, ma intanto imparano a leggere e a scrivere quel tanto che basta per tracciare la propria firma e per mandare due righe a casa. E le insegne dei negozi, i manifesti del cinema cessano di essere per loro un'accozzaglia di segni privi di senso».

L'accoramento con cui parla dell'istruzione illumina il "Conte" di una luce diversa e forse è anche legato all'attività di insegnante che potrebbe aver svolto, giovanissimo, presso l'Istituto Tortelli di Genova. Quanto all'elogio della vita militare, EdR sa di essere controcorrente rispetto a molti intellettuali, e non si risparmia una stoccata:

«Coloro che più difficilmente si adattano alla vita militare sono gli intellettuali che, per forma mentis, sono degli isolati che avversano la vita in comune e sono tendenzialmente, anche se solo in teoria, ribelli a ogni coazione. Il loro disagio deriva dalla sensazione di una diminuita libertà. Trovano intollerabile doversi alzare a comando e andare a dormire a una determinata ora. Inoltre, in genere diventando soldati peggiorano le proprie condizioni di vita. Un contadino che si leva all'alba e fatica sui campi fino al tramonto, che spesso ha una casa senza conforti, che si trova ad affrontare difficoltà finanziarie di ogni genere, arriva al reggimento senza troppe pretese. E vi trova il vitto assicurato, la doccia, le ore di svago, esercitazioni assai meno faticose della zappa. Non è la stessa cosa per un impiegato o per un lavoratore del pensiero che, anche in condizioni disagiate, ha nella vita civile maggiori soddisfazioni e soprattutto maggior libertà che in caserma. Tutto questo può sembrare ovvio, ma evidentemente non lo è, dato che esiste un profondo divario fra ciò che viene scritto della vita militare e come essa è veramente. Prendiamo un giornalista riformato o esonerato per uno dei mille motivi oggi validi. La sua visita in caserma si risolverà fatalmente in uno choc; gli sembrerà impossibile sopportare la disciplina, mangiare il rancio, pulire il fucile, rifarsi il letto, salutare militarmente. E attribuirà le sue sensazioni di intruso ‒ di "marziano" capitato per sbaglio in un mondo che non conosce ‒ ai soldati. Scriverà, in buona fede, che sono infelici, sconvolti, come si sentirebbe egli stesso. Ma egli guarda con gli occhi di trentenne o di quarantenne una realtà che non è della sua età. La libertà è un bene più prezioso per gli anziani che per i giovani»7.

EdR polemizza, ma comprende a fondo, si identifica, e dall'identificazione trae una folgorante riflessione. Quei "giornalisti riformati" forse storcevano il naso di fronte alla sua attività di redattore da rotocalco. E lo storceranno ancor di più di fronte a quella di vampirologo, indagatore dell'occulto e romanziere pulp. Di certo, il Conte non ebbe una facile carriera e subì più di un ostracismo. Nella seconda parte dell'articolo vedremo come sia riuscito a far entrare i vampiri nel «Settimo giorno»...

  1. Raffaele de Berti, Dallo schermo alla carta. Romanzi, fotoromanzi, rotocalchi cinematografici: il film e i suoi paratesti. Vita e pensiero, 2000, p. 111.
  2. La nostra “Lady”. «Settimo giorno», 16 gennaio 1958.
  3. Edy, la bella del video. «Settimo giorno», 6 febbraio 1958.
  4. Gary Cooper. «Settimo giorno», 23 maggio 1961.
  5. La felicità domestica di Grace e Ranieri. «Settimo giorno», 20 febbraio 1958.
  6. L’Accademia di Modena. «Settimo giorno», 23 gennaio 1958.
  7. Un giorno fra i nostri soldati. «Settimo giorno», 11 aprile 1961.

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