Attualità

Il museo degli orrori di Laura Toscano

Fabio Camilletti, nella Guida alla letteratura gotica (Odoya 2018), illustra il potere immaginifico di un genere forgiato da miti e figure che rispondono al presente con l’evasione nel passato. Il gotico, dal Settecento francese, vaga per l’Europa diventando di volta in volta racconto supernatural, horror, german o littérature frénetique. Negli altrettanto frenetici anni ’60 e ’70 italiani dello scorso secolo, i fantasmi del gotico riaffiorano nel lessico stereotipato delle collane da edicola I racconti di Dracula e I capolavori della serie KKK classici dell’orrore, ovvero pura letteratura di massa.

Se nei Dracula la narrativa gotica insegue ostentatamente il successo delle prime pellicole inglesi della Hammer, nei KKK il feudalesimo, i fantasmi e l’alchimia si confondono coi fantasmi dell’inconscio, includendo clamorose virate verso il genere thrilling (esploso in Italia e in America dopo l’inaspettato successo di Dario Argento e del suo L’uccello dalle piume di cristallo). La collana dei KKK (già dalla metà degli anni ’60) aveva iniziato una marcia di avvicinamento verso il thrilling, adottando in un primo momento la griglia teorica di un autore come Robert Bloch (fortemente legato alla conturbante potenza psichica del serial killer). Dal 1970, negli ultimi due anni di vita della collana, i KKK si dedicheranno prevalentemente al nuovo genere, cercando di tradurne su carta le qualità più originali. Tuttavia le rovine, i pinnacoli e le superstizioni del gotico non spariranno del tutto, bensì si mescoleranno al rinascimento del thriller. Ibridi tra il gotico e il thriller si erano già visti sul grande schermo fin dagli anni ’60. Un punto di tangenza era l’ossessione dei personaggi, ossessione che degenerava quasi sempre nella follia omicida. I tarli erano principalmente di natura sessuale, fioriti in un contesto sociale ancora opprimente e fintamente puritano. La sessualità malata portava alla gelosia, o al bisogno feticistico di possedere per sempre la persona amata (le derive necrofile in Lisa e il diavolo di Mario Bava). Altre patologie che portavano al delitto nascevano dai motivi legati a un ingente patrimonio, a una eredità cospicua (Horror di Alberto De Martino, La morte negli occhi del gatto con un finto prete con sotto un frac e farfallino, già pronto per entrare nel jet-set dei salotti bene torinesi). Altre somiglianze sono legate a una antica maledizione, qualcosa di oscuro e genetico, (Il sesso della strega di Elo Pannaciò): questo tema deriva dai testi classici di Edgardo Poe e viene attualizzato anche nei thrilling dei ’70 come Libido e La dama rossa uccide sette volte. I gotici cinematografici italiani sono laboratori narrativi che alimenta no, in meno di un decennio, molti spunti che troveranno pienezza nei gialli del decennio successivo. I thrilling sostituiranno i castelli con le ville borghesi, i calessi con le auto e i panfili, le lampade a olio coi giradischi, tuttavia le ansie di molte eroine nevrotiche in vestaglia risorgimentale aleggeranno anche nelle giovani figlie dei fiori e del benessere da dopo boom; giovani hippy giramondo comunque oppresse da traumi del passato, voyeur e maniaci all’arma bianca. Un discorso simile avviene in certi numeri della collana dei KKK firmati da una delle scrittrici pulp di allora, la dimenticata Laura Toscano…

KKK n. 120 luglio 1969, Il museo degli orrori, autore tale Hassan Louvre (alias Laura Toscano). Quella è un’estate caldissima. Feltrinelli ha appena distribuito un opuscolo Feltrinelli per denunciare la minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana ispirato dai Colonnelli greci. Un’estate in cui il Sid non è immune da vocazioni golpiste. Il 18 aprile di quell’anno, alla libreria Ezzelino, Franco Freda illustra la necessità di compiere attentati dinamitardi in giro per l’Italia. Bisogna innescare una spirale di paura che radicalizzi verso destra l’orientamento politico della borghesia italiana. E’ l’obiettivo della cosiddetta strategy of tension, così ribattezzata dal settimanale britannico The Observer, supplemento del quotidiano The Guardian. Un’oscurità avrebbe ingoiato il paese da lì a pochi mesi. Intanto la Toscano scrive in fretta e furia un nuovo thriller. L’orientamento della collana è ormai sempre più moderno e nervoso, tanto che le pubblicità nella quarta di copertina battezzano i KKK come un coacervo di brivido, avventure e moderna letteratura thrilling. Tuttavia le ombre del gotico non scompaiono mai veramente. Il museo degli orrori ha una ambientazione moderna, con due giornalisti inglesi mezzi hippy che girano in lungo e in largo l’Europa in autostop e arrivano nella Spagna profonda del generale Franco. L’Europa del ’69 è attraversata da un presidenzialismo autoritario che vede nella Francia di De Gaulle uno degli esperimenti politici più riusciti. La Spagna della Toscano assomiglia al wilderness profondo di certo cinema americano degli anni ’70, un luogo isolato, retrogrado, in cui le richieste di cambiamento e redistribuzione delle ricchezze richieste da sindacati, operai e studenti, non sono ancora arrivate. La Spagna della Toscano assomiglia al Sud Italia magico e apotropaico indagato da de Martino in tanti studi etnologici: una reviviscenza sotterranea e oscura di un substrato antico fatto di servaggi, terre, contadini poverissimi e sfruttatori terrieri. L’hidalgo al centro della vicenda è un signorotto locale, una sorta di Don Rodrigo riletto alla luce del cinema becero di Paul Naschy, di cui sembra quasi assumerne le fattezze. I giornalisti vengono ospitati dal signorotto locale e subito iniziano a fioccare sparizioni e macabri delitti. Il padroncino del luogo è giudice e sovrano, depositario di una cultura egemonica che si esprime nel vizio feticistico di un museo degli orrori, collezione privata di strumenti di morte e tortura ereditati dalle passate generazioni. Ed ecco fare il suo ingresso nel romanzo la costruzione folklorica della Vergine di Norimberga, cripta irta di cunei attorno alla quale sono fiorite innumerevoli leggende. E qui la Toscano sembra ricordarsi di quanto aveva già fatto Maddalena Gui (con lo pseudonimo Frank Bogart) col suo romanzo La vergine di Norimberga (uscito nella collana dei KKK e prodotto per il cinema dal medesimo editore dei volumetti, ossia Marco Vicario). La Toscano sembra rifare con una certa piattezza lo svolgimento di quel plot, valorizzando soprattutto il contrasto tra un mondo protostorico e le effervescenze nervose di una modernità pop. I momenti migliori sono quelli in cui lo strumento di tortura entra in azione, regalando pagine assai gustose, dal sapore cinematografico, che costituiscono un unico nella letteratura italiana di massa, esempio pratico di come la cultura della miseria e il folklore delle culture subalterne possano rivivere nella cultura di massa, luogo per elezione in cui si intrecciano nelle parole i grandi mutamenti economici e sociali degli ultimi cinquant’anni. Nel finale il pazzo di turno rivelerà quella fantasia malata, quel baratro di follia, sadismo e individualismo spinto tipico dell’imminente assassino nerovestito degli anni ’70 (o dell’italiano medio della commedia feroce di allora…).

KKK n. 135, 20 aprile 1970, Macabrus. Jannet Mills è lo pseudonimo utilizzato dalla prolifica e geniale Laura Toscano. Macabrus ha una copertina verticalmente divisa in due parti: una occupata da una donnina pin up accovacciata, l’altra parte, delimitata da una nube rossa, è affidata a un boia scarlatto armato d’ascia. C’è un boia scarlatto nel romanzo? No, ovvio! Cornovaglia, brughiera desolata, mugghiare dell’Oceano. Un infinito leopardiano di inconscio infinitesimale e pura cultura di massa. Reginald è un ricchissimo nobile scozzese e, con la moglie Clarice, vive nel suo gotico castello. Lui è un aristocratico roso dalla noia; alle spalle, prime esperienze sessuali da voyeur, zoofilia con la cagnetta bretone, infine la discesa nell’impotenza. Clarice, coltivata in un’asfittica austerità puritana lontana dalle presenze ossessive del sesso zozzone, brucia le sue voglie nel ricordo del cugino perverso e della sorella ninfomane; nel profondo, le rimane un senso di schifo e sublimazione autoerotica. Con loro vive un monaco folle, Primus, rintanato in un laboratorio alchemico/fantascientifico costruito nella pancia del castello e desunto da tanti gotici nostrani; Primus è un magnetista, un emanatore di fluidi psichici che tengono in scacco la coppia di sangue blu. Primus è quasi sul punto di scoprire la vita eterna, intanto, sadicamente, si trastulla frustando Clarice, mentre la nobildonna si masturba. Poi tutto crolla: arrivano dei teppisti prezzolati da Reginald il cornuto. E’ la sua banale forma di vendetta per il sadismo del frate. Segue tortura del mistico con qualche strumento medievale da Margheriti movie. Infine Reginald elimina il frate, la teppa (che per tutto il tempo si è fatta beffe della sua impotenza, regalando una gang-bang alla moglie), e dà fuoco al castle. Siamo appena a pag. 30! Dopo passano gli anni, Reginald si rifà una vita (nuova moglie, due belle figliolette minorenni), va a vivere a Londra. Tutto sembra procedere per il meglio, quando le sue figlie immacolate si comportano come le petites di un Pierre Louys scaduto nel vino più sozzo. Entrano in scena nuovi personaggi spenti, grigi, senza rilievo e per questo perfetti. La girandola continua con un nuovo monaco/scienziato, tale prof. Erebus, che pare essere la reincarnazione di Primus, invece è solo un simpatico necrofilo che inietta delle fialette a delle ragazzine per farle cadere in una trance simile alla morte e poi, dopo la sepoltura, riesumarle e zomparle alla meglio. La scrittura della Toscano è un moloch di complessi, sensi di colpa, frustrazioni, cattivo gusto, pornografia, lezzi schifosi, surrealismo e scrittura automatica, nel senso di una scrittura infittita di tutta la documentazione gotica del decennio precedente, rielaborata con una esasperazione stilistica che mescola ogni cosa e la riduce a un universo auto-referenziale, senza tempo, ciclico, eterno, da porno fumetto da edicola. Un libro del genere, mastodontico nelle sue 120 pagine, sarebbe piaciuto a un Breton diciottenne e farebbe inorridire - gli inutili - editor di oggi.

KKK n. 140 – 5 agosto 1970. Terence O’Neil (Laura Toscano) è l’autore di Colpo di scure altro gotico/thriller della collana. Il romanzo si presenta come un impasto medievale di brughiere, castelli aviti, ultimi scampoli di un’Inghilterra ottocentesca ancora suscettibile agli ultimi richiami di un gotico che di classico non ha quasi più nulla. A parte una verniciata, nelle pagine iniziali, di leggende e fantasmi con le catene, il romanzo prende subito la piega dello psycothriller in costume. Gerardine, la giovane ereditiera, somiglia alle eroine nere di certi romanzi del Marchese De Sade, dove agli arredi da romanzo in costume si sommano le pulsioni bestiali di un nutrito gruppo di personaggi eccessivi: depravati di un manicomio, stupratori di bambine, frigide governanti, nobili semi-impotenti dalla sessualità libertina e omicida e ancora educatrici lesbiche e corrotte, medici voyeur. La Toscano non si risparmia nulla e fa girare il suo caleidoscopio narrativo spingendo sempre al massimo la macchina del testo; dietro a tutto vi è una bieca macchinazione ai danni di Gerardine per impossessarsi dei beni della sua ricchissima casata. Il thriller insomma, più che affidarsi a qualche pazzo psicotico, percorre la via di certi gotici prima maniera – Horror di De Martino, del 1963 – oppure anticipa il canovaccio di certe pellicole tarde dei ’70 – in particolare La morte negli occhi del gatto, film pregno del 1973 sceneggiato da Giovanni Simonelli, a sua volta una delle colonne dei KKK e dei Dracula. La sensazione è che la Toscano, nello scrivere Colpo di scure, non abbia un canovaccio preciso e si ritrovi ben presto senza benzina, deviando più volte verso altri sotto-testi. Ecco allora le lunghe scene dedicate al medico pedofilo di Exmoor, o la parte interamente dedicata a un asylum feroce e depravato, sorta di rilettura pulp di certi manicomi intravisti nelle pellicole della Hammer. La Toscano costeggia, nel delineare il carattere forte e indipendente di Geraldine, una figura femminile lontana dai reticoli nervosi di certe eroine isteriche del gotico letterario e cinematografico. Nel complesso il romanzo risulta più lento e meno riuscito rispetto ad altri, forse appesantito da sollecitazioni gotiche già viste ed esasperate e da un sottotesto thrilling meno interessante (la questione dell’eredità, il vile denaro alla base della catena di omicidi, una tematica alla base di molti thriller baviani).

KKK n. 144, 20 ottobre del 1970. Laura Toscano utilizza lo pseudonimo di Patty North e pubblica Il gatto a nove code. Il film di Argento uscirà nelle sale l’11 febbraio del 1971, ma probabilmente all’epoca, su qualche rivista, se ne parlava già; non stupirebbe che la Toscano, cercando di cavalcare l’onda commerciale del thrilling, ammicchi e anticipi il titolo della pellicola. Non è da escludere, tuttavia, che il romanzo abbia fornito involontariamente il titolo definitivo al film, altrimenti mi sarei aspettato un’azione legale da parte del clan Argento. Comunque, titolo a parte, il romanzo della Toscano non ha nulla a che vedere col secondo lavoro del regista romano e riempie le pagine con la solita litania di dinastie marce e antiche di Francia, sevizie e mutilazioni tenute insieme da una trama gialla noiosetta.

KKK n. 5 Marzo 1971, La danza dell’impiccato, firmato da Pascal Balagne, in realtà sempre Laura Toscano. Il romanzo sfrutta l’ambientazione passatista di una Norvegia del 1905. La collocazione nordica richiama alla mente il fascino di una natura impenetrabile e muta. Le pagine introduttive hanno la leggerezza di un acquerello invernale fatto di pescatori senescenti, solitudini, freddo, malinconia e giovani adolescenti costrette ad armeggiare i corpi maturi degli uomini del posto. Tutto ha il sapore di un passato artificiale su cui aleggiano desideri, pulsioni e inibizioni. La prosa della Toscano non è, volutamente, agile e nervosa come quando lavora su un plot thrilling con ambientazione moderna. Le frasi scorrono con lentezza e ci avvertono di leggende boschive fatte di gnomi e fate, di decadenze rurali e misteri impenetrabili. Le lugubri risonanze dell’inizio si concentrano attorno ad una leggenda macabra, un albero morto, spoglio, visitato da parecchi suicidi. Impiccati che oscillano, alla cadenza quasi da balletto, di un pifferaio misterioso intravisto appena dai vari popolani. Presto il sindaco e il pastore del luogo intuiranno la mano di un pazzo dietro la serie di strane morti. Allora il romanzo accelera il passo, mostrando le gesta di una figura intabarrata nel mantello e il viso celato, un mostro della psiche che violenta, tortura e sevizia incaute ragazzine del luogo, anticipando sui loro corpi osceni rituali di follia. Ossessioni, tare ereditarie, malformazioni fisiche, castigo e punizione di un diabolico seviziatore che sintetizza dentro di sé il ruolo di vittima e carnefice. La Toscano non si lascia andare a un finale prevedibile: lascia da parte l’indagine poliziesca e si affida a una folla feroce e vendicativa che travolge le pagine finale ma non porta al vero colpevole. La soluzione, quasi nelle ultime righe, sarà affidata a una lettera assolutoria, confessione inverosimile dagli ingranaggi della tomba. Un libro che da solo basterebbe a consegnare alla Toscano un ruolo immenso all’interno del panorama della letteratura di genere italiana degli anni ’60 e ’70. Certo qui siamo lontani dal fantastico colto di un Mario Soldati, di un Calvino, di un Buzzati…

KKK n. 155 del 5 aprile 1971. Il college della morte. Laura Toscano si firma Patty North. Riporto, a titolo di esempio, la sinossi completa dal volume: “Un uomo è scomparso lasciandosi alle spalle il mistero di due delitti terribili quanto insoluti. Dopo lunghe ricerche la moglie di lui, una ragazza giovane e bella ed apparentemente innamorata, riesce a rintracciarlo in un antico castello del Galles, trasformato in un college di lusso dove l’uomo si è rifugiato facendosi passare per l’insegnante di disegno. A sua volta la ragazza si fa assumere al collegio, ma già dal momento del suo arrivo comincia un carosello di violenze e delitti, apparentemente ingiustificati che portano tutti l’identica firma della follia. Le ragazze del college vengono uccise barbaramente da un misterioso assassino che si accanisce con furore sui loro corpi giovani ed affascinati. Come è possibile collegare i due delitti di Londra con quelli del college se non attraverso il filo sottile dell’esistenze dello stesso misterioso personaggio? E’ quello che tutti cercano di capire e di scoprire dietro la complicata impalcatura del racconto, finché all’ultimo istante la verità si rivelerà agghiacciante, riportando tutti gli avvenimenti ad una dimensione di orrore insospettabile…”.

A mio avviso non è importante stabilire se Laura Toscano o gli scrittori dei KKK vedessero o meno certi film del periodo e tanto meno è interessante capire se certi produttori o registi abbiano “rubato” da questi volumetti o dai fumetti neri del periodo. Trovo maggiormente stimolante l’idea che certe cose fossero nell’aria e che, tra cinema, letteratura e fumetto di genere, ci fu una sorta di osmosi, di contaminazione, di sincretismo.

Il college, più che ad Argento, ad esempio, sembra guardare ai suoi epigoni, in particolare al Di Leo de La bestia uccide a sangue freddo o agli Orrori del collegio femminile di Serrador. Ancora una volta sono i particolari degli omicidi, il modo in cui vengono descritti che sembrano davvero un equivalente letterario di quanto sta avvenendo sugli schermi. Trascrivo brevemente alcuni passi: “Lilith si voltò in tempo per vedere avanzare verso di sé una figura sinistra e terribile che brandiva un lungo, acuminato coltello. Spalancò gli occhi, bloccata da una rivelazione improvvisa, senza neppure la forza di urlare. Ormai sapeva la verità, ma era troppo tardi per mettere gli altri sulla strada giusta… troppo tardi soprattutto per lei…”. Oppure: “(Mary-Ann) fu sul punto di tornare verso la finestra per chiamare aiuto, ma l’ombra scattò in avanti all’improvviso, chiudendole la bocca con una gran mano gelida, impedendole di urlare.” Il plot è poi impreziosito da una fauna di personaggi lombrosiani, professori che trescano con le alunne e sono fortemente indiziati, proprio come avverrà nel bel film di Dallamano “Cosa avete fatto a Solange?”. Nell'epilogo poi la vicenda si colora di toni ancora gotici, andando a pescare una citazione quasi letterale dalla pazzia ereditaria del racconto degli Usher. “Il college” della Toscano è uno splendido pulp nostrano, capaci di miscelare con gusto le tematiche del romanzo nero con quelle più nervose e moderne del thriller. Il college, la scuola privata, l’istituto diviene una sorta di pietra nera tra i due generi. Un edificio costretto da rigidi protocolli e regolamenti, coacervo di pulsioni che ne percorrono gli interstizi, i corridoi, i sotterranei, i pozzi della psiche. Qui come non mai il gotico e il thriller si tengono per mano e diventano una cosa sola per parlare dei fantasmi verbali di una cultura di massa allora al suo meglio. Il college è un revival gotico non così lontano dall’oppressione aristocratica e decadente della scuola italiana di allora, un labirinto di misteri, maledizioni e foschi seduttori di giovani fanciulle.

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