Attualità

La collana dei “Racconti di Dracula” (1959 - 1981)

I racconti di Dracula uscirono nelle edicole italiane nel 1959 e continuarono fino al 1981. L’editore, la ERP, apparteneva al barone Cantarella, nobile siciliano che prima aveva iniziato a muoversi nel cinema, poi era passato al boom della narrativa popolare, in quegli anni al culmine. Cantarella non editava solo i Dracula, bensì anche molte altre collane, offrendo storie di guerra, spionaggio, rifacimenti della narrativa hard boiled americana. Gli scrittori dei Dracula erano tutti italiani, celati sotto pseudonimi anglofoni, un po' come i registi degli spaghetti western. Molti di questi erano alle prime armi e accettavano il compenso dell’editore (circa 50 mila lire dell’epoca in contanti e non era poco per un centinaio di cartelle!) per aumentare le entrate mensili: tra di loro abbiamo un giudice, un medico, uno psichiatra, un militare di carriera, un giornalista. Quasi tutti si vergognavano di quei romanzetti (scritti velocemente ai margini della vita lavorativa e famigliare, senza riletture o scalette e tantomeno editing particolari) e, negli anni, hanno cercato di far perdere le loro tracce. Si trattava insomma di “negri” della macchina da scrivere, mercenari pronti a tutto pur di raggranellare un po' di quattrini e non certo di fini intellettuali animati da propositi artistici.

La collana dei Dracula uscì sotto la spinta delle prime pellicole horror della Hammer, la casa produttrice inglese responsabile dei film con Christopher Lee e Peter Cushing. Il successo di quelle pellicole, vendute in tutto il mondo e in particolare in America - dove anche Roger Corman mise in cantiere il suo ciclo Poe-Price di rifacimenti - spinse i produttori italiani a imitare le atmosfere gotiche della casa inglese. Nel 1960 furono ben quattro le pellicole messe in cantiere dai nostri artigiani: L’amante del vampiro, Seddok, Il mulino delle donne di pietra e La maschera del demonio. Sullo schermo il gotico non fece presa come il western o il peplum e la produzione di queste pellicole scemò nel corso della seconda metà degli anni ’60, riprendendo (in forme e modi esasperati) negli anni ’70, sotto la spinta del fumetto nero e orrorifico di Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon, dove trame ed elementi del fantastico si amalgamarono con un erotismo necrofilo e sadico al limite della pornografia.

Qui di seguito ripropongo alcune delle prime schede di lettura (riviste per Mattatoio n. 5 e pubblicate in una prima versione su “La zona morta” di Davide Longoni, mio primo, vero e unico, editore) che ho cominciato a scrivere nel 2012, quando ho preso l’abitudine di cercare e accumulare parecchi di questi volumetti polverosi. Ringrazio per questo il libraio Enio Bozzi che, in un lontano mercatino piemontese dell’usato, me li fece conoscere.

Il segreto di Nostra Damus di Max Dave, Editrice Farca, pagine 126, anno 1967.
Parte col protagonista che è un medico condotto spedito in un villaggio nero della Scozia, un posto di folklore e superstizioni che si tagliano con il coltello. La prosa è mostosa, descrittiva, il plot lentissimo, dilatato su pochi eventi, quasi nessun colpo di scena. Il medico racconta la vicenda, poi muore pazzo in un manicomio e la voce narrante diventa, senza soluzione di continuità, quella del poliziotto locale in bicicletta. In mezzo c’è il solito castello maledetto, un fantasma femminile materializzato dalla profezia di Nostradamus (come lo spettro di Crookes). La donna spettro è concreta e ci si può fare all’amore. Poi dappertutto si respira un profumo acre di aldilà, un posto simile a quello che, dieci anni dopo, avrebbe descritto Fulci. Sentite: “Mi trovai a vagare in un mondo grigio, senza forma né suoni… Sapevo di essere morto e in me era rimasta una struggente nostalgia di ciò che era stata la mia vita… Oggi so che tutti coloro che muoiono di morte violenta per secoli non riescono a togliersi questo dolore… forse è una forma di espiazione…”.

La bara di sangue di Red Schneider, Editrice Farca, pagine 126, anno 1966.
Irlanda. Atmosfera, folklore locale, situazioni da Lovecraft della maturità, con gli abitanti del posto abbigliati con le solite tare incestuose. E poi le superstizioni ombrose, dure da smorzare. La paura e l’usanza di adagiare le bare di giovani fanciulle, morte per mali misteriosi, sull’arenile dell’Oceano, così che le acque se le prendano e le portino via. E l’immagine della bara che galleggia sulle onde è potentissima, una premonizione di quel che sarà “Levres de Sang” del poeta Rollin.

Il tesoro dei cavalieri neri di Guy de Saint Sever (Gualberto Titta), Edizioni Antonio Farolfi, pagine 126, anno 1972.
Guy de Saint Sever, alias Gualberto Titta. Copertina di Mario Caria con la solita pin up discinta con mutandine nere e vitino a vespa, una mano in primo piano che brandisce un piede di porco e, sullo sfondo, delle nicchie con dei teschi. Incipit atmosferico. Pirenei. Neve abbondante, tormenta. Il solito paesino dell’ombra, Maubourg, isolato dal resto del mondo. Un medico condotto, la sua mogliettina borghese e inquadrata, una svedese libertina che arriva a scombinare tutto, Ursula, un nipote fustaccione ed ex parà, una ragazzina medium e delle teste di templari mummificate e riposte nelle cripte di una vecchia chiesa. Presto gli elementi gotici si amalgamo con furia e il furibondo istinto del sesso avviluppa, come pioggia mielosa, la morale cattolica perbenista (diciamo democristiana) del mediconzolo, che subito si abbandona tra le braccia di Ursula e poi si tormenta per il tradimento verso la moglie. La vicenda prosegue descrivendo una provincia puritana che trema sotto strani delitti e squartamenti gore pre-Clive Barker (“il taglio netto, preciso come un colpo di bisturi, incideva la carotide, in profondità… il muscolo sterno-cleido mastoideo era troncato con politezza chirurgica”). Le teste dei templari sono una sottile citazione filosofica delle “Operette morali” e del racconto di Federico Ruysch, in quanto, anche qui, si dice, si tramanda che, in una certa data di Ottobre, in una certa notte, a una certa ora, le teste dei cavalieri si mettano a favellare.

Dieci bare e un sepolcro di Art Mitchell (Giovanni Simonelli), Editrice Romana Periodici, pagine 124, anno 1960.
Un castello medievale su un’isola scavata dal vento incessante, dieci ospiti bene (cioè ricchi, di alto lignaggio) chiamati da un conte misterioso, il conte Annmoore, uomo dal casato risalente alla guerra delle 2 rose. Il clima ci fa pensare a “7 femmine per un sadico” di Michael Lemoine, anche se il plot di base è quello di “10 piccoli indiani” rivisto in chiave horror sovrannaturale, coi personaggi chiusi dentro un incubo che mescola vampirismo (declinato con originalità, per crederci basta leggere i dialoghi sul sonar e gli ultrasuoni) e biblio-follie. Passaggi segreti, cunicoli, sepolcri, insomma sembra di vedere su carta un gotico alla Polselli prima maniera. Mitchell/Simonelli è qui al meglio della sua arte. La scrittura è curata, scorrevole, anche ironica nel taglio dei dialoghi. Si avverte che Simonelli, tra tutti i vari scrittori “improvvisati” dei Dracula, è uno che di letteratura ci capisce. La sua pratica con le sceneggiature (in particolare quelle dei gotici e dei gialli di Antonio Margheriti), con le scalette, i trattamenti lo aiuta nel distribuire bene i personaggi, gli avvenimenti.

I satanisti di Jeremy Selenius (Antonio Di Pierro), edizioni Antonio Farolfi, pagine 122, anno 1974.
Jeremy Selenius (Antonio Di Pierro) scrive benissimo e ha un lessico decisamente più vario rispetto a molti colleghi. Forse pecca un pochino nel plot (scontato), ma questo I satanisti non è male. Anzi. Comincia con una specie di litania-invocazione a satana. La prosa è abbastanza moderna, meno mostosa rispetto al periodare dei Paul Carter e Frank Graegorius: le frasi sono spesso minime, allacciate tra loro da un uso insistito di domande retoriche e climax. Le scene dei sabba ricordano molti film satanici pecorecci del periodo e il demone femmina sembra uscito di peso da quel capolavoro all’incontrario che è I riti erotici della papessa Jesial di Mario Mercier (anche se, la mia, è pura suggestione, infatti il film di Mercier uscirà da noi nel luglio del 1975). Insomma, ingroppate sataniche, un castello, una fanciulla illibata capitata tra gli adoratori scoperecci, un bosco eterno e immobile. Eccovi alcuni passaggi: “Il deliquio dei sensi, a lungo torturato dall’attesa, esplose con sempre più accanimento, quasi che la rabbiosa voglia di rompere ogni legame morale fosse andata di pari passo con la voglia di rompere, profanare, le altrui carni con reciproca soddisfazione”.

Il messaggero bussa alla porta di Morton Sidney (Franco Prattico), edizioni Wamp, pagine 116, anno 1970.
Sulla scena due figure, l’incantatore (forza della vita) e il messaggero (forza della morte) che si incontrano/scontrano in una vallata della Scozia (sempre luoghi altri, scenografie chimeriche dell’ombra, trasposizioni di un’idea goticheggiante della geografia italica). La loro posta, le loro pedine, un torpedone di turisti londinesi, ognuno con un fattaccio a gravare sulla coscienza. Nella locanda in cui si tappano assistono allo scatenarsi degli elementi. Il fiume straripa, il ponte crolla ed ecco attuarsi la regressione all’ancestrale passato del gotico. E’ il primo sintomo, il ridursi delle certezze razionali a favore di un oltremodo gravido di buio e umidità. Certe situazioni rimandano a quei gotici sul crinale dei ’70, penso a Qualcosa striscia nel buio di Mario Colucci; Prattico, futura firma di pregio della Repubblica, scrive infischiandosene della psicologia dei personaggi (tutti stereotipati); la sua prosa è un accumulo/sperpero di effetti. A pag. 20 è giù tutto chiaro, spiegato, eppure non c’è fretta, non si deve arrivare da nessuna parte, se non alle fatidiche 110 cartelle da consegnare all’editore Cantarella. È la Roma dell’editoria pulp. È l’Italia del gotico nostrano, tripudio di rigurgiti maldigeriti del terror inglese ottocentesco o degli Hammer film. Nel frattempo le analogie con Qualcosa striscia nel buio si infittiscono. A pag. 42 compare l’ispettore Hogart, simile al Dino Fazio del film. Anche Hogart è sulle tracce di un ricercato e finisce rinchiuso nella locanda/villa in attesa che gli eventi precipitino; anche lui, sparando alla figura vaporosa del messaggero, uccide il banchiere Fordus (nel film il briccone Farley Granger). Il romanzo è del 1970, il film del 1971. Che il soggetto originale della pellicola (ispirato a un racconto di Buzzati, Eppure battono alla porta) abbia innestato la sotto trama poliziesca/noir proprio partendo dagli spunti di questo romanzetto?

Ma tu... chi sei? di Daniel Scott (Mario Ratti), edizioni Antonio Farolfi, pagine 122, anno 1977.
Mario Ratti/Daniel Scott, personalmente uno dei più beceri scrittori dei Dracula, per questo il mio preferito. Copertina potente di Mario Caria. La mia edizione è del 1977, quasi alla fine del decennio, a un passo dall’affaire moro. Manca poco alla fine di un’epoca. Adieux au prolétariat, per dirlo alla André Gorz. Arbasino, su altri piani, tratteggia un’Italia onirica, vittima di abbagli metalmeccanici e velleità petrolchimiche. Nelle edicole, invece, c’è Daniel Scott col suo romanzetto di vampiri ricco di spunti. Ratti scrive storie tardo gotiche intrise di sesso e pornografia, rese da una scrittura languida e veloce. La storia racconta un’epidemia vampirica da qualche parte nella vecchia Europa. Willy Karavall è un giocatore di professione come l’Hermann della Donna di Picche. Willy si reca a Schoenau, paese intriso di superstizione, per trovare uno zio, però trova anche l’amore di due ricche (e disinibite) ereditiere. Trova persino la peste vampirica, la figura del prete, del borgomastro, del medico, tutti pronti a piantare paletti nel petto dei cadaveri nel cimitero. Siamo nel 1787, un pochino dopo le epidemie storiche contro cui si batteranno Teresa d’Austria, Voltaire e Benedetto XIV. Nel libro appaiono strani festini in cui i nobili locali si spogliano dei blasoni e corrono a infrattarsi nel bosco con le servette. A complicare il plot una bellissima contessa che dovrebbe avere 60 anni e ne dimostra appena 25. La contessa Clarissa von Berengentz, la bella contessina che amministra la danza macabra. Clarissa diva satanica, succhiatrice di sangue e sperma. Clarissa supervampira, sorella di Sukia, Zora, Jacula e a Lilith, Ecate, le baccanti, le Menadi, le arpie, le sirene, le streghe e, in ultimo, del mito della Gran Madre. Willy, all’inizio scettico e illuminato, si troverà a possedere una delle sue amate ereditiere nel momento del trapasso, scambiando l’abbandono delle membra per la conseguenza dell’orgasmo! In un altro amplesso, Willy morde al sangue la compagna e ne succhia il prezioso liquido, quasi con la medesima foga del Vincent Gallo di Cannibal Love. E ancora, insuperabile miraggio di un’era selvaggia in cui la fantasia non aveva limiti (morali), Willy, ormai spossato dagli accoppiamenti a catena, cerca nuovi orizzonti in Kitty, una bimbetta figlia di qualche serva. Con sua sorpresa la piccola si rivelerà una degna erede delle scolare di Pierre Louys! Pulp italico al 100%!

L'orrido abbraccio di Abel Ford (Giuseppe Paci), edizioni Wamp, pagine 120, anno 1971.
Le luci sfavillanti della notte, un gruppo di giovani affamati di sesso, falloforie, la città da possedere e mangiare. Alan, Julien, Vanessa, Sofia, Myrna, Irene, nomi di una dolce vita trasfigurata dall’orgia di sangue apparecchiata benissimo da Abel Ford. La storia è tutta qui, sostanzialmente un girovagare notturno per le strade spazzate da un vento caldo. I nostri protagonisti cercano carezze, baci, densi piaceri e non trovano il tempo per antiche maledizioni, anticaglie, mostri di gomma. Abel Ford gioca con la modernità, costruendo un gotico per sottrazione, fatto di attese, allusioni e improvvise epifanie. Chi è, ad esempio, il bambino biondo con gli occhi bianchi che carezza voluttuoso le cosce di Vanessa? Chi sono il pescatore e la vecchia, anch’essi con i bulbi sbiancati sull’aldilà? E che cos’è la strana ombra che si aggira per la città simile a un vento maligno capace di portare alla pazzia violenta? Intanto il corteo trova rifugio in un castello (ecco il gotico!) e si prepara ai giochi erotici. Un vento caldo e lunare soffia sulla stoffa leggerissima delle sottovesti e le ragazze incedono come ancelle di pietra, candele in mano, verso il buio del parco. Tra gli alberi il vento ricama altre ombre e stringe le pietre del castello. Ford (alias Pica/Paci, ancora lui) lascia andare la narrazione da sola, quasi col pilota automatico, dando l’impressione di una prosa fluida e calda, direi un jazz infarcito di scene costruite sul nulla. I corpi dei ragazzi si cercano, la musica della festa riempie l’aria, tuttavia capiamo che qualcosa è nell’aria, qualcosa striscia nel buio. Oltre al castello, il mondo narrativo si è ridotto a una scogliera e un Oceano (altri sintomi di una regressione nei territori dell’incubo reale o immaginato) A pag. 103, a un soffio dalla fine, non è capitato quasi nulla. Solo prosa sonnambolica. Poi. Uno scambio di battute. Julien… non hai paura?/ Di che cosa?/ Vi avevo portati qui per farvi divertire e passare una notte di gioia. Dove sono andati tutti? Irene, Sofia, Alan, Vanessa…? Ancora vento, nuvole basse e rocce irregolari su cui camminare. La paura inizia a inerpicarsi sui cuori dei giovani, qualcuno comincia a pregare. Un’ombra nera li raggiunge all’improvviso. Finirà in tragedia e a qualcuno della comitiva toccherà pagare le conseguenze penali. E l’ombra? Esisteva davvero o era un parto degenere sorto dalla follia sregolata del baccanale? L’autore ci lascia nel dubbio, chiudendo così un gotico moderno che prova a dialogare con le riletture colte condotte allora, in parallelo, da gente come Bernardino Zapponi, Pier Carpi, Giovanni Arpino e Giuseppe D’Agata

L’ombra assassina di Max Dave (Pino Belli), editrice Farca, pagine 126, anno 1967.
Un maniaco che sventra le sue vittime e un’ambientazione contemporanea, sono al centro di questo libro. Dave (Pino &/o Carlo Belli) gestisce le sue 100 paginette col pilota automatico: dialoghi prevedibili, descrizioni concise e ancora dialoghi per smazzare le cartelle; delitti, indagini all’acqua di rose, ancora delitti e personaggi – figurina di cui dimentichiamo tutto appena chiuso il libro. Eppure lo stile asciutto fa filare senza intoppi, colorando la seconda parte della storia con una divagazione scientifica presa dal mito dell’uomo invisibile. Interessante segnalare anche uno stratagemma narrativo copiato pari pari dal film del 1956 di Reginad Le Borg: “Il sonno nero del dr. Satana”. Una lettura piacevolissima.

Anima nera di Frank Graegorius (Libero Samale), editrice Farca, pagine 124, anno 1968.
Un Dracula del 1968, ambientato in una Scozia sublunare che rimanda, in realtà, a un’Italia fascista, autarchica e arretrata, contadina, immersa in paludi, bonifiche e fame nera. Anima Nera ha tutti i sintomi del gotico italiano.
La reincarnazione, il peso del passato sul micro-mondo, l’eterno ritorno, il patto col diavolo, la superstizione, la scienza (positivista) e la tentazione dell’occulto per vincerne i limiti, le passioni brucianti appena trattenute dal rigido protocollo dei costumi, l’amour fou, il sadismo, il folklore sul tema del vampiro (qui gula), il corpo della donna come Giano bifronte, strega & vergine immacolata, o i fugaci e appropriati riferimenti al Crowley della Golden Down, piuttosto che la tematica della maledizione che pesa sulla famiglia di nobili e messe nere per finire. Tuttavia, è bene specificarlo, Graegorius non crea un testo feticcio, un guazzabuglio di intuizioni buttate a caso, no; la sua scrittura, nei momenti migliori, è controllata, pacata, volta tutta a costruire, più che stupore, un’atmosfera densa e avvolgente, una dimensione altra, fantastica, simile alla staticità di certi esperimenti anti-narrativi di Fulci (penso all’Aldilà). Graegoius non la butta in caciara o nel trash, bensì prova a forgiare un universo del racconto in completa antitesi col mondo moderno in cui il volume viene distribuito. A sorreggere la struttura, preziose descrizioni architettoniche che, si sente, sono meditate e curate. Graegorius riesce a dare una dimensione dello spazio in cui si muovono i personaggi. “Il campanile della parrocchia dominava i tetti, come un pastore il suo gregge. Dietro l’abside della chiesa biancheggiavano le lapidi e le croci del cimitero parrocchiale, simili ad agnelli sperduti fra l’erba.”

Vampir mostro di sangue di Pericle Vander (Giuseppe Paci), editrice Romana periodici, pagine 128, anno 1965.
Paci è autore tra i più prolifici dei Dracula. Qui la vicenda è impostata in una Scozia immaginaria e salgariana. Ancora Scozia di notti incantevoli a fior di borro, accese sulle scoline sabbiose e sulle certose decrepite di immondi malefici. Ancora una famiglia aristocratica di immobili proprietari terrieri su cui grava il fardello del passato, della colpa immonda. Un mostro tra gli avi, un vampiro dall’aspetto mostruoso, truccato in abiti ottocenteschi da gran signore del vaudeville, un baggeo di nobili che gironzolano nei sotterranei e giocano coi vecchi strumenti di tortura, attori girovaghi ad allietarli.

Due o tre ore alla sera, dopo le sentenze, guardando la Lettera 22. Tutto qui. Non ci sono segreti. Non avevo trame complesse e, quando incominciavo a stendere un nuovo romanzo, non sapevo affatto cosa avrei scritto. I personaggi e le storielle venivano fuori per i fatti loro e, in un certo senso, non mi davano confidenza”.

Queste le parole di Paci raccolte per noi da Luigi Cozzi nel libro scritto con Bissoli sull’argomento. Non mi davano confidenza i personaggi. Un’asserzione perfetta, per un perfetto scrittore di genere, impegnato nell’agone dattilografico delle cento cartelle in una settimana per sbarcare il lunario e non per vincere il Nobel. La scrittura come agonismo privato, monetizzabile finché si vuole, ma effimera, fine a se stessa, in fondo sempre a perdere. Scrivere non per immedesimarsi, per lasciare una traccia del proprio ego, per commuovere i gonzi, ma per negarsi, per annullarsi nelle marionette del testo. Scrivere per immaginare e non per lasciare un messaggio. Un’etica vicinissima al cinema di Franco e Rollin. O di un Garrone Sergio. Il baggeo aristocratico preso nella sua letterarietà, senza pretesti o presupposti, solo un gruppo di idioti da scannare e disarticolare come se fossimo dentro un albo del memorabile Wallestein. Uomini e donne forgiati nell’opprimente e familiare ambiente di darwinismo sociale; gli uomini sono sani, forti, vigorosi e irrobustiti dal canottaggio e lunghe marce alpine, le donne nervousness sterili dal saldo sentimento religioso e le sottane che grondano impudicizie. Per entrambi l’aldilà è un limbo ignoto, un chiodo fisso da setacciare colla ricerca medianica e i rischi che comporta. Vampir, il mostro omonimo di sangue, novello Wallestein che strappa, scopa, morde, è una garanzia per certe forme di sopravvivenza oltre la morte. Insomma c’è qualcosa, pare dire il viso deforme della creatura. Più che Lombroso, sarà Freud a far piazza pulita di vampir, relegandolo a mero spettro dell’inconscio, orpello d’una strana forma di misticismo obsoleto. Vampir il mostro che strappa, scopa, morde, ingoia. La copertina sigilla. La fanciulla vittoriana che dorme sonni probi, forse tagliati dalle lame del proibito e s’avvolge nei nastri vellutati del baldacchino; il mostro s’erge dai sudari trasparenti delle tende, allungando una mano dallo spleen vermiglio sulla celibe candela.

Il cavaliere nero di Irving Mathias (Stanis Mulas), Edizioni Antonino Cantarella, pagine 122, anno 1981.
Dunque: la base è I lunghi capelli della morte di Margheriti, col pastorello, la strega lasciva che lancia la maledizione sugli scherani del nobile locale. La strega, of course, muore atrocemente e torna dal limbo per seminare pesti e miserie. Gli scherani, intanto, nel castellaccio manzoniano, ci danno dentro a più non posso con orge e stupri da manuale. Tuttavia l’incipit è quasi ecloga sulla natura che rinasce e la vita bucolica che scorre serena sui campi, all’ombra degli alberi, alle sorgenti dei ruscelli incorrotti. Il cav. Di legno non è un meritorio industriale con patacca sul petto e fabbriche nell’Est Europa, bensì un personaggio dalle suggestioni calviniane, mescolato alla scrittura georgica di Mulas, che magari ri-pensa alla sua Sardegna. E da queste premonizioni agricole, sporcate dalla lussuria dei potenti di turno, si scivola in un contesto imperfetto e quotidiano, mix di carestia e deep crisis non più d’età ellenistica, bensì omaggio onnisciente al nostro medioevo finanziario. Mulas manovra da buon burattinaio i fili narrativi, semplificando i tessuti senza perdere il colore dei rapporti sociali, aspri & crudi, d’una polarità binaria che oscilla dai latifondisti che gozzovigliano, ai villani che li sostituiscono nello sperpero indifferente. Il cav. di legno è un vessillo funereo, un fantoccio di carnevale gigantesco, effige del vecchio, del brutto, della colpa che grava sul contado e avvelena i campi, impedendone il risveglio primaverile. Ed è questa cornice folklorica dai tratti essenziali e precisi che regala pregio al romanzo.

L’ombra rossa che uccide di Red Schneider (Giuseppe Paci), Edizioni Wamp, pagine 120, anno 1969.
Romanzo psycho-geografico costruito sulle rive dell’Atlantico del Nord, ma poteva essere una costa calabrese, per dire; la trama è assorbita dai flussi/flutti delle parole, dalle descrizioni prolisse, magnifiche, semi-circolari di un gotico cruciale, grottesco, impregnato da quella contrapposizione tra cose moderne e cose medioevali, barbare, selvagge, ostrogote.
Il gotico è questo: un contrasto acceso tra il positivo e il negativo, tra l’efficienza fordista del mondo civilizzato e la crudezza pagana di un pre-mondo antico posseduto dai furori di un’antropologia dell’immaginario popolare, fabbrica di figure (ex voto di mostri, vampiri, licantropi, eccetera) commestibili sul piano del miracolo, dell’evento stra-ordinario.
Vi è gotico là dove la magnificenza scintillante del contemporaneo (coi suoi simboli, vedi l’i-pod) diviene illusoria, regressiva e crolla sotto il peso delle colpe passate ingiudicato. Dunque il gotico come roba di “crisi” del moderno, di-sconnessione (legittimamente rappresentata dal lucido e basso orizzonte, dalle descrizioni ripetute sul rombo d’acqua e aria, sul fischio tumultuoso del vento, sul frangersi impazzito delle montagne liquide sopra al paesaggio, sopra ai burattini/marionette dei personaggi, sopra al lettore, incapace di orientarsi in una tale immensità di circonstances urgentes, malefici, amour fou bestiale) di un mondo globale che si scopre fragilissimo dinnanzi alle patologie acute della krisis; krisis come scelta, decisione che non c’è, che non viene; krisis come malattia, immobilismo, stato d’eccezione tra la (non) vita e la morte dellamortiana.
Avercene di Red Schneider, uno che scriveva la sera, senza scalette, plot, idee, aiutato solo dalla chiarezza automatica del proprio orecchio interiore, refrattario al correggere, correggersi, al lucidare le parole, al riprenderle entro le cornici di una storia, point du jour.

Una fossa bianca di Luna di Frank Graegorius (Libero Samale), Editrice Romana Periodici, pagine 126, anno 1965.
Il messaggio automatico, come specchio appannato d’alito, è quello di una psicologia del gotico giocato non sui personaggi, quanto sull’impulso verbale, sullo sforzo surrealistico di costruire una scrittura medianica che, nel procedere della lettura, annulla le coordinate del lettore, trascinandolo nel mondo sub-lunare, inconscio, senza suoni. La regressione del moderno, in questo caso un 1924 danubiano, s’apre sul ciangottare del vento, cioè un verbo improprio, metaforico, che reca al vento un suo parlare storpiando le parole, in questo caso, cinguettare lieve sugli usci, nei cortili di un mondo contadino, abbruttito dalla guerra appena trascorsa. Il vampiro che s’aggira tra i cadaveri dei soldati è poi figura antichissima e funeraria, paura primitiva del morto che ci ruba l’anima, ci succhia la vita. Il revenants del dottor. Samale tuttavia esibisce un cappello a cilindro da mostro in frac; altri succhia sangue costruiscono ritualità carnevalesche che anticipano il Rollin fantasy de La vampira Nuda del 1969.
La cosa non deve sviarci: il mondo descritto nelle minuzie linguistiche è una involuzione della mentalità d’Occidente, dove la tradizione contadina teme un mondo altro, onnipresente e invasivo (splendido l’accenno al cuneo di biancospino per trafiggere il morto nella bara), pauroso perché altro.

La tetra casa dai mattoni rossi di Harry Small (Mario Pinzauti), Edizioni Antonio Farolfi, pagine 122, anno 1976.
Scienza e religione, materialismo, ateismo, guidano questi personaggi vittoriani nei labirinti dello spettrale, tra le biografie di un JeKyll in sedicesimo, di un Dracula da operatta, di un Frankenstein da porno stazione. Aggiungiamoci anche la melanconia e le tare ereditarie e il gioco è fatto. Castelli infetti e permanenti tendenze al sadismo. Metempsicosi, middlemarch e finta moralina da gentleman con la patta gonfia. Il corpus sanum dalla mens sana vittoriana è un fallimento morale, una concezione già pienamente materialistica, da azienda totale, delle cose, della carne giovane da palpare e consumare. I mali che minacciano i giovani, più che il comunista, l’anarchico, il socialista - che sgomentano l’astratto senso morale della borghesia europea (ancora indecisa tra la città e la campagna) - sono la crudeltà deliberata, l’ozio e la disobbedienza alle leggi dei padri, quest’ultima non tanto per ristabilire un ordine di eguaglianza, bensì per sostituirsi ad essi e gozzovigliare al loro posto, con la medesima veemenza predatoria.
In Pinzauti, tutto questo bla bla bla è nel personaggio di Edward York Junior e di suo padre, sir Edward York. Entrambi dediti ai giochi erotici con le medium, alla mondanità inquieta del magnetismo, che nella sonnambula trova la propria schiava di letto e delitto.

La vittima e la vendetta di Daniel Scott (alias M. Ratti), Edizioni Antonio Farolfi, pagine 124, anno 1977.
Thrilling psicologico del 1977, dove una morta rivive nelle membra della medium che l’ha evocata e s’adopra nel cercare il proprio assassino. Ratti, ebbro di labirinti freudiani, semina fertilità ombrose sulle pagine pulp; una sensibilità erotica generata dai fermenti stessi dei generi (barocco, gotico, romantico) dilaga: castelli, delitti, pornografie, insomma tutta la patologia infantile più elementare e selvaggia. “La vittima e la vendetta” è romanzo chimerico che colpisce l’occhio interiore della mente con suggestioni vaghe, ineffabili come le parole utilizzate, lasciando al lettore il compito di immaginare, di far appello all’inconscio. Di evocare il romanzo.

Il morso del diavolo di Daniel Scott, Edizioni Antonio Farolfi, pagine 120, anno 1976.
Gli pseudonimi se li passavano, infatti, qui, dietro a Daniel Scott (solitamente usato da Mario Ratti) abbiamo G. Pica, alias Giuseppe Paci. Lo scrittore giudice è alle prese con una follia che miscela gabinetti medianici, castelli, sabba demoniaci, bentley, coupé e danze nei cimiteri. La trama parte banale. Un uomo e una donna. Un patto col demonio per avere quel che tutti vogliamo: la felicità, la bellezza, la bella vita. Dunque il tema della bellezza medusea, della bellezza dell’orrido, con tutto il corredo dal Faust di Goethe. La coppia d’amanti rotolerà sugli altari del martirio, tra le forre dell’orrido. Alla fine, sul palcoscenico del vizio decorato da Paci, apparirà pure un esorcista e, al motivo della bellezza sfiorita da Antologia Palatina, si sostituirà l’handicap petrarcheggiante del film di Friedkin, con tanto di vomito verde e le stigmate sur le corps de la chère convalescente.

La leggenda degli Hoodlost di Irving Mathias (alias Stanis Mulas), anno 1973.
I primi capitoli sono da romanzo erotico. I sensi palpitanti di 2 verginelle del popolo che si concedono a dei ruspanti. Poi si passa a un interessante dietro le quinte tra un editore e uno scrittore di genere, con l’editore interessato a sfruttare il boom dei pulp da edicola conditi con sesso, violenza e surrealismo da market. Ogni tanto i dialoghi tra le minorenni riprendono, in ossequio al genio scomposto di Pierre Louys. Su tutti, un’ombra del desiderio che spia la foia delle coppiette e attende la sua retribuzione, ossia il delitto quale asse dell’universo. Insomma Mulas costruisce un clima opaco e odoroso, una materia letteraria fitta di voluttà sadica, attraversata da una lucidità inusuale per la collana, tanto da transitare da Simenon ad André Malraux.

Ecco alcuni squarci surrealisti: “Un raggio di luce solare rivelò improvvisamente un microcosmo fatto di polverose particelle in sospensione che si agitavano e vorticavano lentamente”. Oppure: “Entrambi risero felici, mentre camminavano allacciati verso la foresta, illuminati dal sole che iniziava a tramontare”.

Il sesso e la morte di Guy de Saint Sever (alias Guadalberto Titta), anno 1973.
La prosa di Titta (ex giullare anche in qualche commedia all’italiana) è nominale, contratta sugli effetti espressivi della penna (apparizioni, burrasche a buon mercato) che si accendono e si spengono come un clic. A sorreggere i trucchi un’ampia cornice storica, che miscela il Concilio di Trento, Filippo II, Lutero e l’Andalusia superstiziosa d’un Garcia Lorca interpretato dalla sensibilità camp d’un Paul Naschy. Notevole inoltre il livello onirico delle scene, con impennate di raggelante malia. Il tema, comunque in soldoni, è quello della reincarnazione, alla base d’una pila di Racconti di Dracula.

E ora ecco la quadrilogia di Harry Small, alias Mario Pinzauti: Il castello dei decapitati del 1969, Il suicidio dei Mostri del 1970, La metamorfosi del mostro del 1972 e Il club dei mostri del 1974. Li prendo in stock e parlo in generale del tour de force gotico del Pinzauti. La materia è pressappoco la medesima. Come dire: l’éntrange, le merveilleux, le fantastique in Pinzauti. Dai libri (letti di fila, in un solo pomeriggio, senza quasi alzarmi dalla sedia, senza prender fiato) si esce come intossicati, squassati dalle bieche luci delle descrizioni, dai balsami di mummia delle pagine. La sintassi è prevedibile, appiattita su impulsi di sadismo sempre trattenuti, allusivi. Il let-motiv è la decadenza, ricalcata dal romanzo nero inglese, o dalla libidine borghese del D’Annunzio. Pinzauti è un operaio a cottimo di romanzi horror costruiti su scalette improvvisate, mai rilette, d’una inerzia sublime. I personaggi maneggiano stille d’accessori, viaggiano, parlano, senza acquisire alcuna prospettiva identificativa col lettore. Alcun significato. Il dadaismo avrebbe gioito. I surrealisti si sarebbero dati convegno su queste pagine per gale necrofile e altro. Le ambizioni esigue, dicevo, della prosa si limitano a dare un corpo alle copertine (sempre magnifiche di Mario Caria), quasi dei decameron satanique. I codici dunque si rincorrono: paesaggi gualciti da brutali maledizioni, un’aria vizza, passatista, empia di figurine femminili convulse e medusee, afroditi spinte da tetaniche, allucinati, libidini boreali. L’affettazione del buon moralista è bandita da Pinzauti, uomo di bassa crapula commerciale (si darà anche al western nostrano). Poe e Dostoevskij non passano di qui. Il mondo di Pinzauti è quello grossolano delle torture, della gioia orribile per i pasti necrofili. Tutta materia già frolla nei ’70, pronta per fare il salto negli equivalenti filmici d’inaudita follia (su tutti il dittico di Sergio Garrone: “La mano che nutre la morte” e “Le amanti del mostro” con un Klaus Kinski in cupio dissolvi).

Sul Club dei mostri aggiungo a chiusa che è un romanzetto rococò, intriso di cose e spunti lasciati a metà, dal Pit and the canarin di Paul Leni al Sesso della strega del nostro Pannaciò, con richiami a Gaston Leroux, Corman, Browning e il pornofumetto. La chiusa poi pare rifarsi all’umorismo nero dell’Ecologia del delitto di Bava; anche qui c’è un ingente patrimonio, intorno al quale gravitano esseri umani corrotti e corruttori.

La mole corrusca e severa del castello si elevava come un presagio di minaccia stagliandosi nel controluce del cielo (…) Ora era solo una specie di rudere abbandonato, che attendeva con le sue vuote occhiate l’arrivo dei nuovi proprietari (…) Con l’andare degli anni si era venuta a formare attorno alla potente costruzione, come una specie di paurosa atmosfera. Nella valle si erano manifestati dei fenomeni che le menti semplici dei contadini non erano riusciti ad accettare”. Il passo è preso dal primo capitolo del romanzetto di Jacob Christopher (alias Aldo Crudo) “Il nudo volto del demonio”, un Racconto di Dracula del 1971 in cui il “peso” del Castello e delle sue rovine si fanno sentire sulle sorti della vicenda. Le rovine della magione torva sono alla base anche de “L’interminabile orrida notte” di Red Schneider. In entrambi i libri il castello/rovina è pregno di cose oscure, immagine simbolo dei fantasmi sbiechi della mente, stemperata nelle gole di cera d’un collegio svizzero.

La donna eterna di Martin von Schatten (alias Libero Samale), anno 1978.
Scrittore lunare il dottor Samale. Il romanzo è impastato coi rossi e i gialli dell’Ungheria orientale. I suoni sono quelli (etnografici) di un’orchestra zigana. La storia tratta di reincarnazioni, maledizioni di un’antica strega innamorata e giocatori di scacchi ultraterreni. Si sente l’influsso di Poe (la bizzarra ipersensibilità dei personaggi), della “Maschera del Demonio” di Bava e di “Danza Macabra” di Margheriti (tra i gotici filmici quello che ha maggiormente impressionato I racconti di Dracula) rivisti sotto le incongruenze arcane di un plot spruzzato di surrealismo naif. Si sente anche il richiamo allo schema iniziale del “Dracula” di Stoker, con l’ospite misterioso che tiranneggia (qui) sulla coppia di sposini. Soprattutto riesce la scrittura del dottor Samale, capace di dar respiro a un mondo letterario pre-moderno, per sempre fissato in una cornice remota e incantata.

Mathias/Mulas il sardo, nel 1974 scrive il Racconto di Dracula intitolato Lo spirito. Il finto titolo originale è Satanic school e la cosa mi interessa molto, infatti l’ambientazione sembra portarci dentro a quel filone lolitesco del thrilling nostrano, a film come Cosa avete fatto a Solange?, Nude si muore, Enigma rosso. Il collegio femminile e aristocratico si trova da qualche parte in Scozia, però possiamo riformularlo anche a Barletta per quel che importa. Le figure retoriche del filone sono rispettate. Studentesse birichine e sporcaccione (alcune conservano stralci di riviste import pornografiche sotto i materassi, per consolarsi dalla penuria di augelli maschili), la solita direttrice zitella, austera e canuta, alcune professoresse lesbiche e perverse e un giardiniere/stalliere tuttofare bigotto, coglione e sessantenne. Mulas mescola il bicchiere narrativo e ne fa uscire la solita (gradevolissima) sbobba di porcate e feticismi. A dare una svolta è l’arrivo di uno spirito demoniaco, allievo di Satana e in procinto di passare un esame per accedere ai piani alti delle sfere infernali. L’esame consiste nel portare scompiglio e malanimo nel collegio, cosa che gli riuscirà grazie alla possibilità di incarnare a piacimento sia corpi maschili che femminili. Lo spirito, mosso dalla brama del male puro, compirà orrori, violenterà contronatura le verginelle saffiche e getterà discredito sul collegio (l’idea più bella sarà quella di possedere il corpo del tuttofare represso e trasformarlo in un Rocco Siffredi inculatore e assassino che getterà giù dalle scale la direttrice castigata e la farà ritrovare con le copie delle riviste porno, così da rovinarle la reputazione anche da morta). Mulas si diverte abbastanza a portare per 120 paginette la storiella e a incrociarla (siamo nel 1974 lo ripeto) con alcune derive del thrilling e dell’horror iberico (Gli orrori del liceo femminile e l’idea dell’alieno che entra nei corpi presa forse da Horror Express). La scrittura è veloce, fitta di dialoghi e descrizioni, poco concentrata sulla psicologia (assente!) dei personaggi. Le scene erotiche sono allusive, pur lasciando poco all’immaginazione degenerata dei lettori di allora. Il finale è meno convincente, forse irrisolto, probabilmente appiccicato dall’autore ormai a corto di idee o di tempo

Joseph Britt, alias Aldo Crudo, curatore della collana, anche sceneggiatore con le mani in pasta nel cinema, qui autore de Il Nomade del sogno uscito (parlo della ristampa in mio possesso) nel 1975. Roba strana il nomade. Anzitutto la copertina, una delle poche senza donnine discinte. Mario Caria traccia un uomo occhialuto, forse panciuto, in mezza figura, lievemente di profilo rispetto al lettore. L’uomo è chiaramente terrorizzato, ghermito da due possenti zampe demoniache, forse appartenenti a un lupo, un mostro dagli occhi rossi e il muso bianco, quasi in dissolvenza nei colori glaciali dello sfondo. L’ambientazione è nordica, così come le referenze alla base del testo, anomalo persino nei contenuti. Un’atmosfera ovattata e oppressiva cala sugli abitanti di Akaalund, sperduto villaggio del nord. Crudo usa una scrittura narcolettica e cinerea, le parole volteggiano sulla pagina simili a brandelli di garza e si ha fatica nell’afferrarle pienamente. Si legge il nomade come in un sonno paludoso, fatto di nebbia, neve, alghe, foreste e mare glaciale. I personaggi, indistinti con lo sfondo, sono stoppini fumosi tra cui aleggia un’atmosfera nemmeno horror, forse una miscela inedita tra il Bergman de “L’ora del lupo” e il Franco de “I desideri erotici di Christine”. Reincarnazioni, morti, violenze e segreti. E ancora il nord gelido. E albe dure come il cobalto d’oriente.

Dan Brit, alias Renato Carocci, scrive (1978) tale Terribile eredità. Il romanzo è un coacervo, un fricandò di roba: parte lento, tranquillo e, al solito, non hai idea di dove vorrà condurti. All’inizio si legge di un disastro aereo. Poi si scopre che c’è una ragazza, Sarah, che prevede queste catastrofi. La mente corre al coevo Il tocco della medusa, con Richard Burton che porta iella a livelli stratosferici; dopo altre pagine capiamo che Sara non (pre)vede nulla, anzi è dotata di un potere mostruoso che la paragona alla Carrie sfigata di King (anche Sarah è verginella e inesperta nelle cose del mondo). Un’amica (lesbica ed esperta) si prende cura di lei, dopo che l’amico psichiatra (che ricorda molto il Marc Porel di Sette note in nero di Fulci) l’ha sverginata ed è (per questo) morto. La nuova amica si chiama Francine e giocherella subito con le dita. Poi Sarah si stufa di massacrare gente con la sola forza del pensiero e si toglie la vita. A questo punto appare chiaro che Carocci ha finito la benzina, eppure è costretto ad andare avanti, così s’inventa un transfert e i poteri passano a Francine. La lesbica riceve la visita di un giornalista che la violenta analmente e lei non trova di meglio che tele-trasportarsi in California, dove verrà ripescata dall’oceano da una coppia di turisti infoiati e onanisti. Scatterà la gelosia a tre, un incidente su una Camaro lanciata a tutta velocità e pure una resurrezione in un obitorio. Uno dei personaggi si chiama (E)Leonor, che è un nome bellissimo. Non mi viene altro.

Hanry Small (Mario Pinzauti) Proiezione nel passato, 1973. La cosa più divertente nello scrivere una breve nota sui “Dracula” è di doversi inventare un modo per tirare una paginetta per ogni romanzo. Su alcuni è facilissimo, altri invece appaiono talmente brutti o insignificanti da rendere tutto difficilissimo. E’ il caso di questo Pinzauti del 1973 dalla trama piattissima, forse nemmeno horror. Due donne, madre e figlia, entrambe piacenti e perverse. Un uomo giovane e aitante, leggi virile e non impotente. Le due se lo sciupano a dovere, poi si rinfacciano di esserselo rubato a vicenda. Finirà male, ovvio, tuttavia il libro appare più come un anonimo romanzetto porno dei primi del ‘900. Per collocarlo nella collana l’autore si inventa scemenze sull’energia sessuale psicoeterea, sul subconscio, la proiezione psicofisica dell’orgasmo e la trasmigrazione dei corpi, ma è solo aria fritta. Anche lui doveva trovare un modo per tirare le pagine (e tirare a campare!). Leggi e ti annoi, poi si arriva a pag. 104 con le due tipe che se le cantano e la giovane lolita minorenne se ne esce con un’affermazione che mi apre un mondo nella testa. Dopo che la madre le urla dietro di andarsene via e smetterla di rubarle gli uomini, la lolita ribatte secca che non ha nessuna intenzione di lasciare la sua casa e mettersi a girovagare per il mondo come una barbona. Lei si sente inserita nel mondo borghese e conformista e non ha alcun desiderio di rischiare chissà cosa nel mondo balordo degli hippies sfigati! Insomma quasi una dichiarazione d’intenti che mi rimanda alle tante fastidiose eroine dei thrilling del periodo (penso ai film di Luciano Ercoli o i primi di Sergio Martino con la Fenech, o ancora i thrilling di Lenzi con la Baker), donne fascinose, ben vestite, alla moda, e sfacciatamente ricche, mantenute da un marito cornutazzo industriale che poi le voleva uccidere per intascarsi l’assicurazione milionaria. Robe così. La coscienza di classe della lolita di Pinzauti è quella della signora Wardh, di una giovane donna dei ‘70 che si sente il vento in poppa, a cui non manca nulla. A questa gente della classe operaia, del lavoro salariato in generale non frega un cazzo. In quel mondo da vip della costa azzurra conta solo il denaro, anzi meglio il suo valore astratto, un’ipostasi fantastica dentro alla quale ci siamo tutti, poiché il denaro rappresenta tutte le forme di rapporti sociali esistenti e li sancisce come merci. La quotidianità è scambio sociale. Perché quando si è giovani e un po’ puttane, la passera può comprare molte cose, dopo però serve un fesso da accalappiare. Meglio se danaroso.

1980, i “Dracula” hanno le ore contate.

L’anno seguente la collana terminerà in una cascata di ristampe, segno che già nell’80 era finita. A chi interessava più una collana di romanzacci scritti coi piedi e velocemente da finti autori anglofoni?
Le copertine di Caria erano state un buon traino, per via delle donnine discinte. Tuttavia nell’80 il porno era sdoganato e Polselli faceva accoppiare la Lotar con un cavallo o altre bestie. Insomma il 1980 è data estrema. Il cinema e la letteratura (King, Barker, Straub, McCammon, Grant, Campbell, Bloch) sono altrove, persi dentro le meraviglie dello splatter politico, chirurgico, demenziale. Il gotico, coi suoi manieri, le sue rovine, i suoi labirinti psicanalitici, è roba passata. Almeno per il momento. Dunque Trail. I morti tornano a Trail. Di Dan Britt, ossia Renato Carocci. La copertina di Caria è stupenda, metafisica. Un gatto bianco e la sua ombra. Una donna in mezza figura, spogliata. E un’ombra dietro di lei che si protende da una finestra aperta su una notte americana. La trama ricorda molto certi gotici anni ‘60 di Freda. Lo spettro, A doppia faccia, una spruzzatina di La notte in cui Evelyn uscì dalla tomba di Emilio Miraglia. Ecco. L’allure gotica, il castello, la morte della castellana, il marito viveur che se la spassa con l’amante, con la servetta, per poi scoprire che Scotland Yard sospetta l’omicidio della moglie e gli fiata sul collo. L’apparizione della morta, spettro selvaggio dentro le armature insanguinate. Una lunga sequenza narrativa che ricalca quella dello Spettro, dove Barbara Steel e Peter Baldwin scendevano nella cripta per recuperare la chiave del dottor Hichcock. Una prosa veloce, franta, innervata su valanghe di dialoghi annacquati. Le reminiscenze col gotico che fu piacciono molto e fanno a pugni con quella data impressa nella quarta di copertina, il 1980 appunto. Carocci sembra volerci lasciare con una sorta di riassunto di quel che è stato e non sarà più. Ovviamente lo spettro della morta è una macchinazione. Ovviamente dietro c’è (come nel dittico di Miraglia) la mano di qualche aspirante all’eredità. Un thrilling gotico fintamente arcano. Dopo si dovranno trovare altre strade. Gli scrittori dei Dracula non ci riusciranno.

Sempre Carocci, sempre il 1980. Il gotico è andato. E pure il thrilling ha tirato le cuoia. Gli anni ‘80 saranno un’altra cosa. Eppure Carocci e Cantarella ci provano ancora.

Che l’aria è cambiata lo si respira bene da questo Il demone nel cristallo, gotico sotto le false apparenze di qualcosa di moderno. Ambientazione contemporanea, si parte in Germania, poi si vola a New York e a Miami per tornare in Germania. Tre militari americani di stanza nella foresta nera, uno dei tre di colore, ma Carocci ripete all’ossessione la parola “negro” in barba al buonismo lessicale di oggi. I militari, da buoni militari, sono infoiati e stuprano, uccidono una coppietta appartata, lui fotografo di moda e lei modella. Il più giovane e posato del trio ruba la macchina fotografica del fotografo. Non lo avesse mai fatto. Il demone nel cristallo vuol dire che, senza fornire mai una spiegazione, l’obiettivo della reflex è in grado di prevedere le morti violente. Gole squarciate, gore di sangue, gente che spicca il volo e si spiaccica la faccia sul selciato. Martin, il nome del giovane militare, al suo rientro in America riprende la sua attività di fotoreporter di nera e, grazie all’ausilio della reflex occulta, diventa il più grande fotografo di cronaca di cui ci si ricordi. Il suo personaggio - sempre con la macchina al collo, quasi drogato, vampirizzato dal bisogno di fissare, riprendere, immortalare delitti e tragedie sempre nuove - ricorda molto l’Harvey Keithel del Gatto nero di Dario Argento. Naturalmente la morsa del gotico, la sua stretta morsa del ragno, farà precipitare lo stesso Martin dentro all’incubo. Martin tornerà in Germania e pagherà caro tutto; a sostituirlo la sua ragazza, nuova fotografa di nera pronta ad aggirarsi per una New York infestata di barboni e drogati che scivolano lungo i grattacieli come zombie romeriani. Le descrizioni schizofreniche della metropoli si riallacciano al nuovo cinema americano del terrore dei vari Romero, Carpenter, Cronenberg, Hooper, non più interessati a castelli e cripte. Anche la ragazza farà una brutta fine, vittima di un maniaco che la sevizierà legandola con il nylon sublime delle calze. Nelle ultime righe la reflex si spaccherà e pezzi della lente, dei cristalli, finiranno sotto la scarpa di un passante, fondendosi col cuoio, similmente a quanto avveniva coi vetri dello specchio demoniaco nel film Mirror di Ulli Lommel. Comunque la trama, l’idea alla base di questo romanzetto, è assai interessante: la macchina fotografica che anticipa o causa la morte di ciò che inquadra, fotografa. Sembra un soggetto pronto per un romanzo fiume di Stephen King - uno che sugli oggetti diabolici scriverà parecchio (auto, camion, falciatrici, giocattoli e utensili vari) - oppure anticipa curiosamente un film di Francesco Gasperoni del 2009 intitolato Smile, basato su sette ragazzi in gita in Marocco che entrano in possesso di una strana macchinetta fotografica. Le somiglianze del soggetto ci sono eccome, che Gasperoni si sia letto Carocci? Certo l’argomento macchina fotografica mondo spettrale non è nuovo. Che gli spiriti esistono e possono essere fotografati è assodato. La macchina fotografica è un exemplum capace di fotografare ciò che Omero chiamava fumo, ombre inconsistenti dell’aldilà fulciano. Nel gran serraglio dei neurodeliri del XIX secolo, la fotografia diviene unione tra scienza e sovrannaturale, fotografia psichica. Dalla fotografia post-mortem a quella spiritica il passo sarà breve e nelle sedute di fotografie spiritiche prenderanno parte un fotografo, un medium e la persona da ritrarre; in certi casi il fotografo, per semplificazione, assumeva su di sé il ruolo di medium e fotografo, divenendo così un fotomedium sublime!

Peter John Fenton è il giudice (anche di stanza a Vercelli per un breve periodo) Giuseppe Paci. Anzitutto dirò che la scrittura di questo La maledizione (1975) è discreta e scorrevole, meno imperniata sui dialoghi fiume di altri Dracula e costruita su iperbole e perifrasi (in particolar modo quando si scivola sul sesso e ci si ferma sempre sulla soglia della camera, come avrebbe fatto uno scrittore di buon gusto come Piero Chiara). La trama è cosa già vista, soprattutto nel 1975. Una maledizione gettata da una strega zingara. Un casato guasto. Un castello avito. L’Inghilterra dei primi del ‘900. E ancora villaggi fuori dal tempo, cigolii, nitriti e carrozze sul fango. La trama pare anticipare quell’Occhio del male di Richard Bachman di poco successivo. Ovunque si respira un’aria da gotico vizzo, con bare sui trespoli, candele votive, sepolture monumentali e putredine sessuale. Il giovane protagonista giace con belle zingare minorenni, cuginette sadiche e giovani compagne d’Università. Verso la fine la vicenda pare quasi volgere al giallo, ma il sovrannaturale qui c’è eccome. La copertina di Caria è molto bella. La faccia della strega che aleggia sui destini di tutti, in particolare di una bella ragazza bionda dagli occhi accesi di libidine. La candela in cera è un tropo del male, anticipazione retorica di quel peso, di quella condanna che si deve sempre scontare in un gotico, anche in quelli trash.

Daniel Scott, tale Mario Ratti, forse il regista de I vizi morbosi di una governante. Ratti, a parer mio, di libri ne ha azzeccati parecchi. Lui è uno fumettoso, bidimensionale, senza l’atmosfera di un Libero Samale o le intuizioni di un Pino Belli. Ratti scrive con leggerezza e approda, verso la fine dei ’70, ad una prosa veloce, quasi sclaviana. Come nei suoi film (se è lui) Ratti scrittore è assai pecoreccio, volgarotto e pruriginoso. Con La vita nella morte (1978) mette in scena delle situazioni che ricordano l’incipit di I vizi morbosi di una governante, appunto. Un gruppo di personaggi dell’alta borghesia, stronzetti pieni di soldi che vivono di rendita senza fare nulla dalla mattina alla sera, se non inventarsi delle sedute spiritiche (truccate) per sbarcare la noia. A Ratti la faccenda piace e lo si vede trigare nel descriverci i vari trucchi dei finti medium. Poi, per rimpolpare un romanzo che non si capisce bene dove voglia andare a parare, ci mette il solito lesbismo becero. Ciò che interessa è l’ambiente borghese, molto presente nei thrilling degli anni 70. Conti, duchesse, castellane, banchieri, attori che si aggirano fra motels, parcheggi, ristoranti, caffè, terrazze panoramiche di un’Italia vajont da rimuovere, da re-inventare sull’illusione dell’espansione industriale e gli spostamenti infiniti come se si vivesse in un paese civile, moderno, all’avanguardia. Inutile dire che ai personaggi di Ratti non può fregare di meno di come si viveva e lavorava nelle fabbriche dei ’70, luoghi durissimi di maltrattamento, ricatti, omicidi civili. La fabbrica nevrotica è lontana dai chiarissimi cultori degli studi medianici. Questo sul romanzo, ossia nulla, perché il resto è noia. La copertina di Caria è sublime, con quei colori acidi, lisergici e la ragazza che balla lo shake. Di Piccioni? Umiliani? Psichedelia pop da edicola. Nelle ultime pagine del volume, Antonio Farolfi in persona fa i conti e ci spiega i costi e i ricavi de “I racconti di Dracula”, barando ovviamente!

Antonio Di Pierro si fa di mescalina culturale. Si maschera sotto il nome ridicolo di Jeremy Selenius e scrive, nel 1973, Quel convento nella foresta nera. Una roba forte, fuori di testa, piena di cose. La scrittura è robusta, moderna, scorrevolissima. Pochi dialoghi, molto ritmo e delirio sado/erotico. La trama? Un americano nella foresta nera. Gira sulla sua bella bentley bianca e si chiama Hall Mason. Deve andare a trovare dei vecchi parenti. Incontra una strana autostoppista, Mae, che lo porta da lei, in una casa rustica nel cuore della foresta. Si finisce a fare sesso bello pesante. Al risveglio Hall è solo, con il cadavere putrefatto della zia zombi. Mae è sparita, trascinata nelle segrete gotiche di un monastero pieno di Satanisti che si fanno chiamare i Santi di Satana. I satanisti vogliono punire Mae per i suoi esperimenti sui cadaveri (tra cui la zia di Hall); inoltre devono difendersi da un acerrimo nemico, un vampiro senza pace e senza tempo che li vuole uccidere uno a uno. Tra i satanisti ci sono delle donne quarantenni e tettone, chiamate Sante di Satana Gertrud e Santa di Satana Franka. Insomma una gerarchia ben precisa e ognuno con il suo bravo compito da apostata. Questi satanisti europei sono molto più compassati e regolari rispetto ai trip rock di Charlie Manson e i suoi confratelli nudisti e capelloni in dune buggies nella Valle della Morte. Charlie si accampava nelle cave minerarie abbandonate, faceva il ladro di auto, il santone, il maniaco sessuale plagiatore. Insomma un non perfetto American Way of Life. Charlie aveva un piano per reclutare i rifiuti della società e operare al di sotto della coscienza della cultura ufficiale. Le porte della percezione si stavano per spalancare e i campus di Berkeley erano il luogo ideale per reclutare sballati. Charlie divenne il dio della scopata galattica. La musica, l’acido, l’erba lo fecero diventare un leader. Bancarelle psichedeliche, accozzaglie di biker e LSD non lo interessavano. Charlie aveva il suo mini pulmino e le sue ragazze. Vivevano ai margini, nelle stazioni di servizio abbandonate, ascoltando i Beatles col fonografo. Roman Polansky, malibu beach. Magical mistery tour, zingari, tendoni, la figlia di Angela Lasbury da scoparsi. Manson family nella via lattea delle vibrazioni d’odio e amore. Le ragazzine giovani scappate di casa finivano da Charlie che le accoglieva, provvedeva alla loro educazione, le costringeva ad inginocchiarsi, baciare la croce, sacrificare animali, bere il loro sangue e prepararsi alla battaglia finale contro i bianchi, contro i ricchi, contro il capitalismo barbarico delle multinazionali. Helter Skelter e pompini lisergici, come quelli della piccola Bo, altra trovatella scappata dalla casetta felice delle Barbie e approdata dinanzi al suo nuovo idolo. Charlie si fa praticare una fellatio e la ragazzina, per sbaglio, gli trancia il pene, ma Charlie se lo riattacca e la costringe a riprendere il servizio. Helter Skelter e visioni dal futuro. I negri in armi. Le rivolte in America che lo spingono a scappare altrove, magari in Italia, col suo bus in Italy, a leggere i comunicati delle Br ed appassionarsi alla morte dell’anarchico Pinelli, letta come segno della tensione anche nella vecchia Europa. Charlie in attesa del crollo delle istituzioni per impadronirsi del potere dei porci ricchi e democristiani. Charlie e la vagina spanata di Sharon Tate. E sulla vagina di Sharon mi ricollego ai satanisti da operetta nella foresta nera, meno lisergici però. Il vampiro, loro nemico giurato, prende una delle Sante e le immerge la lama nel retto fino all’elsa, poi le squarcia l’intero complesso genitale. Insomma, follia, delirio, cattivo gusto, politicamente scorretto, misogino, lisergico.

Autopsia Edstrom del 1974, scritto da J. De Blasio. De Blasio è bravo e inocula una ventata di novità nella prosa passatista della collana. La scrittura è moderna, nervosa, plastica. Blue è una cantante che nasconde un orribile segreto; il bel mondo, la bella vita, il successo, non bastano a coprire il tremore, la vibrazione che le cresce nel cranio e le morde le viscere, il sesso, spingendola a trasformarsi, a diventare un’altra donna, non più bella, bensì grinzosa, spietata, cannibale. De Blasio si è riletto un pochino di Freud, di Satanik, del dottor. Jekyll e Psycho di Bloch. Il libro risulta avvincente e morboso, ben calato in una New York moderna e scintillante. Nel finale sprofonderemo nel delirio di Blue, aiutati dalla scientifica spiegazione dello psichiatra Edstrom! Splendido romanzo e splendida copertina con Caria che ci mostra la dissociazione di Blue e gioca col nostro cine-occhio, disegnando i riflessi prismatici della luce sulla lente di un obiettivo immaginario.

Antonio Di Pierro, nel 1973, scrive L’ultimo Mago, romanzo denso e delirante, con una buona prima parte che pare strappata da un lacerto apocrifo di Pierre Louys, scrittore sublime e ossessivo. Di Louys, Di Pierro ha le bambine scafate ed espertissime di un college scozzese. Le poppanti vogliose sono attorniate dal solito corpo di docenti, alcuni bellocci, altri vecchi e impotenti (o pederasti). Le bimbe hanno le stigmate della lussuria marchiate nelle carni; i loro corpi sognano, nel profondo del delirio erotomane, di cancellare i residui della pedagogia dei sani principi e di abbracciare il culetto tondo e nudo delle compagne di letto. La loro sconcezza è impunita, libertina, quasi pura, non ancora corrosa dal sangue sifiliaco di un mostro occulto e sanguinario che si cela nel collegio e le spia col suo occhio iniettato di sangue genitale. Le bimbe prendono appunti di matematica, grammatica, buone maniere e cucito e si sollazzano tra loro con dialoghi d’alta puttaneria: l’impressione (come nei migliori romanzi pornografici) è di un mondo capovolto, intriso di corpi senza peluria e senza peli sulla lingua, corpi frenetici e libidinali, spiati costantemente dal pazzo di turno o dalla direttrice, castigata zitella col capriccio puerile del finto specchio installato nelle camerate d’impulsiva indecenza. E mentre la direttrice spia e usa il vibratore, l’utopia del collegio con licenza di fottere è disturbato dai rostri di metallo di un maniaco sfigurato e indecente, dotato d’un pene asinino che viola i giochetti linguistici di bimbe e insegnanti. Il resto è fatto da notti di novilunio (come per il mostro di Firenze), pozzi, sotterranei, evocazioni del maligno, frustate sulle chiappe e vedove nere che entrano nelle bocche dei più curiosi.

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