Leonardo: I lettori di Mattatoio n.5 non ti conoscono ancora, ma tu hai già una solida carriera come traduttrice, giornalista e scrittrice. Ci puoi raccontare qualcosa del tuo percorso umano e letterario?
Amal: Sono una scrittrice algerina naturalizzata italiana. Da un’unione con un italiano sono nati due figli e un legame profondo e intimo con la lingua italiana. Nel mondo arabo sono conosciuta soprattutto per la mia narrativa: ho all'attivo tre romanzi, due raccolte di racconti e anche un romanzo per ragazzi, mi piace esplorare territori letterari insoliti per la letteratura araba contemporanea, come il noir e il thriller. Il pubblico arabo mi legge regolarmente anche attraverso le mie collaborazioni con grandi testate giornalistiche. Nella traduzione porto la stessa ricerca e selettività; traduco poeti e scrittori italiani dalle voci uniche, capaci di creare un ponte autentico con la sensibilità araba.
Leonardo: Hai definito l’italiano una “lingua della memoria intima”. Perché hai scelto proprio l'italiano per raccontare questa storia?
Amal: Il piano iniziale era dedicare questa storia alla memoria di mia nonna, un'ombra del passato che non ho mai incrociato. La dedica parlava chiaro, era una questione intima, un caso personale. Sapevo che ne sarebbe uscito un racconto fin troppo autobiografico - un azzardo mai tentato nei miei precedenti libri in arabo - e cercavo una linea di difesa. Ho scelto l'italiano per questo, una lingua legata al matrimonio e al senso di sicurezza, scelta appositamente per non restare indifesa di fronte a emozioni troppo crude. Volevo usarla come copertura per proteggermi. Eppure, a indagine conclusa, il romanzo che è venuto alla luce in italiano avrebbe potuto tranquillamente essere scritto in arabo. La verità è che la voce e lo stile di una scrittrice non cambiano i propri connotati, nemmeno quando provi a cambiare lingua per far perdere le tue tracce. La conferma definitiva è arrivata di recente a Venezia, durante un laboratorio all'Università Ca' Foscari curato dal Professor Simone Sibilio. Gli studenti dovevano prendere un estratto del mio romanzo tradotto in arabo e ritradurlo in italiano, riportandolo alla veste d'origine. Una vera contro-indagine stilistica. Il risultato è stato molto bello. Nonostante il Professor Sibilio avesse paternamente risparmiato loro i passaggi più ostici, in alcuni punti il lavoro di due studenti, Virginia e Lorenzo, era così fedele che avrei potuto tranquillamente firmarlo io. Segno che le tracce originali erano rimaste intatte.
Leonardo: Senza fare spoiler, ci puoi raccontare chi è Azriel e quale ferita attraversa il romanzo?
Amal: Azriel condivide con me le radici algerine e due grandi traumi storici: la cacciata da Granada nel 1492 e la colonizzazione francese del 1830. Ma c'è una linea sottile che ci separa. Azriel è travolto da una terza ferita, un taglio che sanguina tuttora, il dramma di essere diventato carnefice dopo essere stato vittima, senza averlo mai voluto...
Leonardo: Nel romanzo il padre di Azriel dice che gli ebrei algerini diventarono “colonizzatori contro la loro volontà”. È una frase molto forte. Che riflessione storica e personale volevi aprire?
Amal: Questa riflessione mostra la spietatezza delle politiche coloniali occidentali, capaci di degradare un popolo antico e organico — parte integrante e viva della nostra terra — a mero strumento di egemonia geopolitica. Lo testimonia la storia d'Algeria, con l'uso strumentale degli ebrei algerini, figli naturali delle nostre sponde, e lo dimostra, oggi, lo stesso macabro copione applicato alla Palestina. La storia non fa che ripetersi.
Leonardo: Nel romanzo il cibo non è mai semplice nutrimento: sembra diventare memoria, colpa, lutto, perfino espiazione. Che ruolo ha la cucina nella vita di Azriel?
Amal: Per noi, il cibo è resistenza: un gesto antico che difende la memoria e la terra. Nel dialetto di Jijel in Algeria, la regione di mio padre, che accolse i profughi andalusi del 1492 e resistette ai francesi per ben 132 anni, la donna eccellente in cucina e nella cura della casa è detta Horra: "libera". Il suo contrario è Khaiba: "sconfitta". Laddove l'italiano userebbe "portata" o "negata", il nostro dialetto usa categorie esistenziali. Cucinare e tramandare i segreti culinari sotto il peso della colonizzazione è stato un atto di resistenza identitaria. Chi ci riusciva salvava la propria libertà (Horra); chi falliva era una sconfitta (Khaiba), una donna che provava la delusione intima di aver interrotto la trasmissione della propria storia. È la stessa riappropriazione che cerca Azriel: spezzare le catene coloniali cucinando le ricette della nonna algerina.
Leonardo: Daniel è forse il personaggio più tragico del libro: un ragazzo sensibile, attratto dall’arte e dalla bellezza, che viene devastato dalla guerra. Come è nato questo personaggio?
Amal: Daniel rappresenta quell'eterno contrasto in cui la bellezza e l'abisso implodono in un unico corpo. Ci mostra cosa accade quando l'uomo diventa l'architetto consapevole della propria devastazione. Perché il genio artistico non è un'ancora di salvataggio: a volte è la condanna a sapersi distruggere con assoluta maestria, trasformando la fine di sé in un ultimo, definitivo gesto estetico.
Leonardo: Nel libro inserisci anche la lettera della studiosa Ariella Aïsha Azoulay, spostando il romanzo verso una dimensione apertamente politica. È stata una scelta consapevole?
Amal: È una scelta profondamente e consapevolmente umana. La vicenda storica degli ebrei algerini, questa minoranza rimossa dalla memoria collettiva, sarebbe rimasta confinata nella finzione letteraria senza la voce viva di Ariella Aïsha Azoulay. Accogliere la sua lettera è un tributo al dolore storico di un intero popolo, schiacciato dalle politiche coloniali. Sono stati privati della loro identità e sradicati dalla loro terra, che è la mia stessa patria, per essere confinati in un'identità occidentale artificiale: quella dell'invasore che ha fondato il suo potere sul furto della terra.
Leonardo: Nel romanzo ritorna continuamente l’idea di una memoria condivisa tra arabi ed ebrei: l’Andalusia, l’Algeria, la musica, la cucina, la lingua. Quanto era importante per te raccontare questa storia comune oggi quasi dimenticata?
Amal: È necessario più che mai restituire memoria alla storia dei musulmani e degli ebrei che per secoli hanno condiviso lo stesso destino. Chi riduce i nostri rapporti alla guerra attuale commette un errore di prospettiva: la norma storica, nei nostri tempi più luminosi, prima della colonizzazione, è stata la coesistenza pacifica. Gli ultimi decenni non sono che una tragica parentesi: la nostra vera identità risiede in ciò che abbiamo edificato insieme per secoli, e la Storia ne è la prova.
Leonardo: Il tuo romanzo alterna momenti molto lirici e quasi poetici a pagine dure, politiche e persino crude. Hai lavorato consapevolmente su questo contrasto stilistico?
Amal: È senza dubbio il mio marchio di fabbrica. Considero il romanzo un'opera di alto artigianato artistico. Venendo dall'Algeria, sono cresciuta immersa in una storia culturale stratificata e complessa. Per usare un esempio che in Italia conoscete bene: la cassata siciliana sarebbe la stessa senza quella sovrabbondanza di ingredienti che ne raccontano la storia e le contaminazioni? Certamente no. Il cibo algerino, la pasticceria, l'artigianato e i nostri costumi riflettono la stessa densità: sono il risultato di identità sovrapposte e intricate. Di fronte a tutto questo, uno stile piatto sarebbe stato un tradimento, avrebbe svuotato il libro della sua stessa anima. Questa complessità formale è una scelta consapevole, la stessa che unisce e contraddistingue tutta la mia produzione in lingua araba.
Leonardo: Come hai cercato di evitare che una materia storica e politica così incandescente schiacciasse la dimensione umana dei personaggi?
Amal: Dal 7 ottobre ho trattato questo tema in oltre trenta articoli di approfondimento per le pagine culturali di Al Jazeera e Al-Araby Al-Jadeed. A un certo punto, però, la narrazione romanzesca è diventata inevitabile; solo la letteratura è capace di restituire l'autentica profondità dell'esperienza umana, essa solo sa attraversare quel labirinto di contraddizioni, dolore e bellezza che ci rende così intimamente umani.
