Enrico Varrecchione, giornalista e profondo conoscitore della società nordica, ha ripercorso questa vicenda intricata prima in un podcast di successo e ora nel libro 23:21: L’assassinio di Olof Palme, che unisce rigore documentario e tensione narrativa. In questa intervista, rilasciata a Leonardo Tonini per Mattatoio n. 5, Varrecchione analizza la figura politica di Palme, leader carismatico e divisivo, e riflette sull’impatto che quel delitto ha avuto sulla società svedese e sulle sue trasformazioni più recenti.
Leonardo: Iniziamo con le presentazioni, ci può dire qualcosa di lei e cosa l'ha spinta a scrivere un libro su Olof Palme?
Enrico: Sono profondamente innamorato del Nord Europa: sono finito quasi per caso in Svezia a fare l'Erasmus, ahimè ormai diciassette anni fa, e ho avuto il privilegio di poterci tornare, imparare la lingua, studiarne la società. Oggi mi diverte dire che ho tradito la Svezia con una più giovane e più ricca, difatti vivo in Norvegia. Qui lavoro come orientatore al lavoro. La storia legata all'omicidio di Olof Palme è il più grande mistero d'Europa, una vicenda ancora più assurda e complicata dell'assassinio di JFK in America, difficile non rimanerne affascinati
Leonardo: Non credo che i lettori italiani siano tutti informati sulla vicenda, che cosa è successo esattamente il 28 febbraio di 40 anni fa?
Enrico: Enrico: Olof Palme era il primo ministro svedese, o meglio Ministro di Stato, come dicono gli svedesi. Quella sera esce con la moglie per andare al cinema e lo fa senza scorta, non riteneva di averne bisogno. Trascorre la serata con la moglie, il figlio e la fidanzata di quest'ultimo, poi, tornando a casa a piedi, viene freddato con un colpo di pistola ad un incrocio. Alle 23:21, per l'appunto. L'assassino si dilegua e non viene mai trovato.
Leonardo: Chi era Olof Palme? Qual era il suo ruolo nella politica internazionale e perché era ritenuto una figura divisiva?
Enrico: Non era un personaggio dalle mezze tinte, o lo amavi o lo odiavi. Grande carisma, senso dell'umorismo e ovviamente un eloquio raro nella politica di oggi. È diventato un leader di sinistra pur arrivando da una famiglia ricca e di destra. Il suo peso nella politica internazionale derivava dal fatto che la Svezia fosse un paese neutrale, culturalmente occidentale, ma che fra i due blocchi aveva preferito non schierarsi. E Palme conosceva entrambi i mondi: con gli Stati Uniti aveva un rapporto di amore e odio, perché aveva studiato negli USA, ma lo devastava la guerra in Vietnam; allo stesso tempo era uno spirito libero, antitotalitario e per questo profondamente antisovietico.
Leonardo: Il libro nasce da un podcast: come mai ha sentito la necessità di trasformarlo in un libro? Cosa ha guadagnato la storia in questo passaggio?
Enrico: Il podcast era un esperimento a basso costo, ma mi sono accorto di aver tenuto fuori troppi elementi, e nel frattempo ne sono usciti degli altri che ho inserito nella parte finale del libro. E poi mancava un canovaccio narrativo, qualcosa che tenesse assieme la storia nuda e cruda. Mancavano le persone, quelle che si sono trovate loro malgrado dentro qualcosa di enorme.
Leonardo: Lei alterna ricostruzione documentaria, testimonianze e monologhi interiori in prima persona: quanto è stato difficile trovare un punto di equilibrio tra rigore storico e libertà narrativa?
Enrico: I monologhi sono arrivati molto tempo dopo: mentre la parte di ricerca è avvenuta prevalentemente durante la registrazione del podcast, i monologhi li ho scritti, dopo un prezioso consiglio di Jacopo Viganò, quasi due anni dopo, in un momento in cui ero decisamente ispirato. Credo di averli scritti in un paio di settimane, da tanto ero infervorato. La cosa più difficile era trovare un tono diverso per ogni personaggio, lì potrei averci messo un po' troppo del mio.
Leonardo: Qual è la tesi che lei sostiene nel suo libro? Chi ha ucciso Olof Palme?
Enrico: E poi chi se lo compra il libro? Scherzi a parte, ho letto in questi giorni molta dietrologia, come se ci fosse chissà quale cospirazione. Ecco, non ci credo granché. È un lavoro fatto da un nucleo ristretto di persone che con il tempo sono state capaci a tenere un basso profilo. La verità ce la dirà Leif GW Persson, uno dei principali esperti in materia, a tempo debito.
Leonardo: Le indagini sono durate 34 anni prima che la polizia indicasse Stig Engström come probabile assassino. Come spiega questo ritardo abnorme? Perché si sono susseguite così tante piste e ipotesi senza mai arrivare a una verità definitiva?
Enrico: La polizia svedese ha sbagliato tutto dal primo minuto dell'indagine. Ed è possibile che, anche facendo del proprio meglio, non avrebbe ottenuto chissà cosa. L'assassino di Palme sparisce dalla scena del delitto in meno di un minuto, forse aiutato anche dalla fortuna. E poi, vedendo quanto improbabile sia la figura di Stig Engström, avrebbero potuto farci aspettare ancora un po'.
Leonardo: Leonardo Sciascia diceva che più che trovare chi ha sparato, bisogna trovare chi ha pagato il proiettile. Perché è stato ucciso Palme? O anche, a chi ha fatto comodo che Palme fosse fermato?
Enrico: Come dicevo, non credo che ci sia dietro chissà quale macchinazione. Si è parlato di Cia, di P2, di servizi segreti. L'unica cosa probabile è che l'assassino abbia avuto una copertura successiva, quasi a ringraziarlo per il lavoro fatto, ma la decisione di fare fuori Palme è stata probabilmente presa non troppo tempo prima, forse il giorno stesso, quando chi lo ha fatto fuori ha scoperto che sarebbe uscito senza scorta.
Leonardo: Nel libro cita brevemente un incontro tra dissidenti svedesi in Liguria nel 1982. Esistono altri collegamenti tra l'Italia e questa vicenda che vale la pena esplorare?
Enrico: L'incontro in Liguria è interessante per noi perché è avvenuto in Italia, ma per l'indagine sarebbe interessante capire chi ci fosse, a quell'incontro. Il filone legato al medico Alf Eneström è effettivamente uno dei più interessanti, perché quelle erano persone che detestavano Palme al punto tale di volerlo uccidere. Sarebbe stato bello sapere se c'erano legami fra questa pista e le altre, ad esempio quella della polizia, ma quel pezzo manca. La cosa più curiosa, però, è che l'ultimo a vedere in faccia i Palme, oltre all'assassino, sia stato il figlio di emigrati italiani.
Leonardo: Che quadro emerge della Svezia dopo l'omicidio di Olof Palme?
Enrico: La Svezia ha perso quell'aura di innocenza, forse, ma a livello politico non ci fu nessun cataclisma, motivo per cui non credo a un maxi complotto. I socialdemocratici hanno governato il paese fino al 1991, poi è arrivato un breve esecutivo di centro-destra che non aveva mostrato tendenze autoritarie, e poi i socialdemocratici hanno governato di nuovo per dodici anni.
Leonardo: Che cosa è oggi la società svedese alla luce di una crescita costante dell'estrema destra?
Enrico: La crescita dell'estrema destra recente non credo abbia molto a che fare con Olof Palme e il suo assassinio. Piuttosto credo che abbia a che vedere con gli stessi fenomeni a cui assistiamo nel resto del continente. Le persone non si sentono protette, l'integrazione in alcuni quartieri non ha funzionato, e lo dico con cognizione di causa perché in uno di quei quartieri, Brickebacken a Örebro, ci ho vissuto, e l'insicurezza è anche economica, basta pensare all'impatto delle varie crisi nel corso degli ultimi anni. C'è da dire che oggi gli Sverigedemokraterna (Democratici Svedesi – SD – oggi al 20%, sono il principale partito della destra populista in Svezia, N.d.R.) sostengono esternamente il governo ed è evidente che, oltre agli slogan, non esistono formule magiche. Se oggi si votasse in Svezia, i socialdemocratici vincerebbero a mani basse e potrebbero farlo anche in Danimarca fra qualche settimana (e per la terza volta di fila). La differenza rispetto a qualche anno fa è che hanno compreso le esigenze di quella fetta di elettorato che hanno smarrito: sono più a sinistra economicamente, ma anche più securitari.
