Fantascienza

L'occhio del purgatorio, di Jacques Spitz

La cover del libro La cover del libro

Una scoppiettante sarabanda in tonalità surreal-macabro-minore, con frequenti passaggi in ironico-maggiore ed un leitmotiv melodico brillantemente cantato in prima persona singolare. Fuochi d'artificio d'uno stile che è pazzescamente limpido e smagliante – da un lato – quanto colorito e complesso dall'altro.

È innegabile il genio che emana da Spitz (Ghazaouet, 1896 - Parigi, 1963), precursore di tanti mondi letterari a venire: il tutto senza ch'egli avesse mai letto fantastico o fantascienza tout court, ed è più bello, più appagante esserne a conoscenza, poiché in tal modo si apprezza la lungimiranza di una mente acutissima e che precorre i tempi.

Ed è appunto di lungimiranza, sebbene in senso strettamente etimologico, che in fondo si parla nel romanzo.

Una complessa variabile di un viaggio nel tempo, vissuta mano nella mano del protagonista angosciato: una visione del futuro che avanza, che progredisce verso l'inevitabile oblio della decadenza della carne, della materia tutta, del mondo.

«... noi viaggiamo col tempo, alla velocità di ventiquattr'ore al giorno. È più che sufficiente per andare verso la morte...».

La premessa, l'atto iniziale di una trama che poi precipita a strapiombo in un dramma delirante, potrebbe essere stata pensata e scritta, tra i 'classici,' da geniali fantasisti quali un Papini, o un Meyrink; oppure dal moderno genio di un Leiber, o di un Bradbury, cercatori e sviluppatori di trame brillanti; più coerentemente da un Matheson, in maniera simile a qualcuno tra i suoi tanti, perfetti meccanismi narrativi ad orologeria: si comincia con un'idea, la si semina in un terreno fertile, e questa prende a germogliare, creando un intero universo di accadimenti correlati, tutti scaturiti da quel singolo seme, rigorosamente in conseguenza dell'atto iniziale.

Ed è questo un meccanismo inesorabile, che è come un giro di carillon che deve completarsi, in un modo o nell'altro, tenendo desta nel frattempo l'attenzione del lettore. (Pensiamo, ad esempio, al famosissimo mathesoniano Tre millimetri al giorno, e troveremo un'incredibile affinità di struttura, metodo e pensiero con L'Occhio del Purgatorio).

Nel nostro romanzo è l'incontro con un bizzarro personaggio, Dagerloff, una sorta di folle (o geniale?) scienziato, a condurci a quella catena di eventi già accennata: una cascata di effetti, deduzioni e conclusioni che risulta irrobustita da speculazioni metafisico-filosofiche, ma che non guastano la scorrevole fruizione 'narrativa,' poiché il tocco letterario è leggero, perfino soave, per il lettore già imbrigliato nella tela d'inchiostro intessuta dall'autore.

Dall'assunto che «le specie animali non vivono tutte nello stesso tempo» si giunge a un nuovo concetto di viaggio: non nello spazio, e neppure propriamente nel tempo: è il viaggio nella causalità.

All'atto pratico, seguendo lo sviluppo della trama, l'assunzione di una semplice pillola (il parabacillo di Dagerloff) rende l'eroe della storia, Poldonski, vittima di un incredibile e feroce esperimento, fornendogli una nuova vista, una vista che penetra oltre il comune scandire del tempo, oltre l'apparente ma fallace stabilità della facciata quotidiana, per giungere alla reale essenza della rovina, del dissolvimento, dell'annichilimento, che imperano sotto e al di là delle cose.

Chiaramente siamo nei territori, nei reami del Fantastico più inafferrabile, più indefinibile, nonostante la collana libraria predichi fantascienza; ma questo accade, fortunatamente, con non pochi numeri di Urania, salvifica dimora di scritture altrimenti sfuggenti o destinate ad un oblio atlantideo.

Con Spitz, e con il suo eroe, una vera e propria voce sale dalla pagina scritta: un lungo, inesorabile monologo; mai noioso perché impreziosito da folgorante ironia, picchi di surreale e sparse ombre di terrore.

Ciò che succede al lettore è questo: ci si affeziona all'io narrante, ci si lega alla sua voce irriverente e tenera al contempo, e nonostante s'intraveda la fine del libro – e si abbia piena coscienza del perfetto tempismo dell'inevitabile chiusura – ecco, nonostante tutto si vorrebbe che la voce continuasse a narrare, con quel suo tono brutale e suadente, che continuasse ancora a cantare per noi.

Fantastico e Ironia, abbiamo detto, con Spitz due facce di un'unica medaglia. Se vi aggiungiamo il Terrore, di cui, come abbiamo accennato, non manca la percezione, abbiamo una santissima Trinità letteraria architettata in uno dei modi più sorprendenti e originali che la letteratura ci possa offrire. (Terrore, perché è il sentimento che si produce stuzzicando e mettendo in discussione archetipi e assiomi. Oggi, ahimè, se ne sente parlare ben di rado. L'horror è di moda, che per definizione punta alle viscere. Ma il perturbante e l'inquietante, come direbbe un Leiber, sono ancora qui, da qualche parte, sotto la crosta sempre più plastica delle nostre civiltà di polistirolo, pronti ad attanagliarci al minimo cedimento delle sovrastrutture che abbiamo innalzato e che c'intrappolano in una patetica illusione di sicurezza e di presunta realtà).

Con l'Occhio del Purgatorio, Spitz punta, soprattutto, alla falsità delle Maschere dell'umana pantomima, che sono due: in primis, la Maschera della 'persona,' intesa come tutto l'insieme della personalità: l'io ingombrante e contorto. Già nelle primissime righe d'apertura del romanzo si evince tale dichiarazione d'intenti:

«... sono tornato a casa, con la tela sotto il braccio. Ho provato vigliaccamente a ritoccarla, a produrre ciò che gli altri si aspettano da me. Ma mi sono accorto subito che è impossibile rassomigliare all'idea che gli altri hanno di noi...».

Personalità che corrisponde quindi all'idea che gli altri hanno di noi. Che è perciò cangiante, da un osservatore all'altro, quindi inconsistente.

In secundis, la Maschera suprema – la Vita stessa – che non sarebbe degna neppure della 'maiuscola' qui apposta, poiché ricettacolo di mostri, mostri dell'animo, della carne, del pensiero, del desiderio e delle bassezze più cupe e grette; maschera che una volta tolta rivela ciò che siamo: carne che brama (in gioventù)/carne che si decompone e scompare (al termine della farsa esistenziale).

Forse questo romanzo è percepito maggiormente e drammaticamente da coloro che hanno avuto a che fare in prima persona con l'ombra della follia, e con l'edonismo più estremo che si imparenta poi ad una visione e una ricerca spirituale precedentemente insospettate nel corso della vita; e chi ama troppo l'arte potrebbe risultarne scosso, poiché terminerà la lettura con l'indiscutibile certezza che neppure l'Arte, alla stessa stregua di qualsiasi forma di edonismo sfrenato, ci riscatta dalla condizione di Prigionieri, in una gabbia le cui sbarre sono parte di noi, 'pezzi' di noi stessi, per cui l'unico modo per evadere sarebbe, oltre all'abusata soluzione del suicidio, una progressiva 'messa in discussione' della sensorialità, dell'ego, della personalità.

Quest'angolazione apre nuovi e rischiosi voli pindarici che nondimeno non esito a tracciare, anche a costo di smarrirmi tra i rimandi, in cerca di connessioni che personalmente trovo addirittura col primo esoterismo 'cristiano', e con taluni suoi futuri sviluppi rosacrociani; si potrebbe notare che il Nuovo Occhio dello sciagurato (o fortunato?) protagonista gli permette adesso di emanciparsi dalla natura inferiore dell'uomo (i campi eterico ed astrale con i loro bassi istinti, le pulsioni animali che tanto ripugnano) e intravedere la natura superiore (che poi è l'oggetto e il fine del Trasfigurismo nei massimi sistemi esoterici di sempre).

E perfino l'accenno alla pressione della follia, il nero baratro in cui il protagonista teme di inabissarsi, non è forse un parallelo con il percorso di iniziazione in numerose forme di misticismo?

Tornando al romanzo in sé, in conclusione mi sento di attribuire a L'Occhio del Purgatorio (e ad altre opere similmente non etichettabili) quelle forti spinte concettuali ed emotive che mi hanno permesso di forgiarmi nell'esercizio di una consapevole anarchia (ne è un lampante esempio questo stesso articolo) e di coltivare il tenue tentativo – destinato a fallire ma tuttora preferibile all'asservimento ai Poteri - di essere liberi, di pensare a 361 gradi – sempre un passo in più del lecito accademico; è grazie a suggestioni di tal fatta se mi sono ritrovato sofferente, outsider, eppure orgoglioso di non etichettare, di non ghettizzare, di non tentare neppure, talvolta, di definire, rifiutando i confini dei generi letterari così come i presunti assiomi sociali, o religiosi e scientifici.

La messa in discussione è una breccia da cui potremmo – potremo – un giorno scorgere Qualcosa dell'Oltre, annichilendo le strutture olografiche di una falsa, fintissima realtà costruita e impostaci per tenerci schiavi e in catene.

Insomma, parrà ben piccola cosa, e tuttavia sono libri come questi che minano la media-borghesia dominante (termine che oggi esiste solo quale sinonimo perfetto e calzante di Omologazione), e che aprono gli occhi alla ricerca di un risveglio.

I tempi moderni non sono accomodanti con una tale visione fuori dal coro, siamo sotto l'impero dell'Immagine-svuotata-di-simbologia e dell'Etichetta. Nondimeno, così come l'anima non è fatta per marcare un cartellino in un'azienda, contribuendo allo scempio generale, allo stesso modo noi non siamo fatti per affibbiarne uno a chicchessia o ad alcunché. Ce ne dimentichiamo, ma prima o poi, lungo il sofferto percorso dell'evoluzione, lo capiremo. Tutti.

Scheda del libro:

  • Titolo: L'occhio del purgatorio
  • Collana: Urania, n. 622
  • Autore: Jacques Spitz
  • Pagine: 168
  • Editore: Arnoldo Mondadori
  • Anno: 1973

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