Fantastico
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Fantastico (8)

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit? Macché, è evidente che su questo sito piacciono più le cose dimenticate e da riscoprire, per cui al bando il lorem ipsum e viva l’etaoin shrdlu, espressione un tempo usata dagli operatori delle Linotype per testarne l’efficienza. Su queste macchine per la composizione tipografica le lettere erano ordinate  in base alla frequenza d'uso, e quelle di etaoin shrdlu comparivano in ordine sulle prime due colonne da sinistra. Spesso, quando facevano un errore, gli operatori scorrevano con il dito sulle due colonne per inserire la stringa di testo, segnalare la presenza di un errore e ritrovarlo più facilmente in seguito1. Col tempo l’espressione cominciò ad essere utilizzata anche in modo ironico e spiritoso, tanto da condurci al bellunese Beniamino Dal Fabbro e al suo ultimo romanzo edito, Etaoin.

Con la recensione di Povero assassino, il primo giallo di Giuseppe Pederiali ambientato a Milano (Fratelli Fabbri Editore, 1973), abbiamo avuto il piacere di occuparci di questo autore emiliano, quindi siamo rimasti in zona, spostandoci solo “di lato”, con Le città del diluvio, la cui trama si dipana tra il capoluogo meneghino e il delta del fiume Po.

Sottesa alla narrativa horror e fantastica di scuola lovecraftiana c’è una filosofia nichilistica che è stata definita “cosmicismo”, che considera la razza umana come una presenza accidentale ed insignificante all’interno di un universo meccanicistico, caotico ed indifferente. Creature e mondi spaventosi e sovrannaturali sono quindi creati anche per sfuggire a questa cupa visione di immensi cieli neri e vuoti. Questo aspetto decadente, questa sorta di spleen trasposto su scala cosmica, è colto alla perfezione dai racconti di Clark Ashton Smith, che di Lovecraft era, oltre che collega, amico epistolare; i due si stimavano ed ammiravano a vicenda e furono influenzati l’uno dall’altro, pur mantenendo stili ed approcci diversi. É significativo ricordare che Smith fu molto influenzato anche da Baudelaire e le sue traduzioni in inglese delle poesie del “maudit” sono considerate fra le migliori.

Dopo 36 mesi di Mattatoio n.5, ci occupiamo finalmente di Sud America, grazie a un racconto di Silvina Ocampo, pubblicato nel 1961 nell’antologia Las invitadas e arrivato in Italia nel 1964, per mano della milanese Todariana Editrice, che ne fece un’edizione autonoma, con presentazione di Rodolfo J. Wilcock. Questa prima edizione è pressoché introvabile, anche se per i più curiosi è possibile recuperare (sempre con difficoltà, lo confesso) il racconto per altre strade, visto che lo si ritrova in appendice a I risvegliati, di Frandal1 e all’antologia pubblicata da Italo Calvino per Einaudi nel 1973, con il titolo di Porfiria. Le tre uscite vedono comunque Livio Bacchi Wilcock come traduttore accreditato, che nel 1974 vinse per questo lavoro il premio IILA (Istituto Italo-Latinoamericano)2.

Il primo aggettivo che mi sono sentito di associare, a lettura ultimata, a questo volume è "ingannevole". Un "inganno" non troppo sgradevole invero, che si riferisce alla veste editoriale scelta da Longanesi più che ai contenuti dei tre racconti di Bloch, nome che rappresenta una garanzia per l'amante del fantastico. Ingannevole è il titolo, almeno nella versione italiana, dove i "draghi" dell'originale, effettivamente presenti nel testo, sono stati sostituiti da presunti "miracoli".

Povero Cristo è un romanzo bizzarro e non facile da decifrare. Un amico mi ha confessato di averlo addirittura strappato in due e scagliato contro il muro senza finire di leggerlo, tanto gli dava sui nervi e gli pareva stupido e incomprensibile (ma era giovane e intemperante: in seguito se ne pentì). Non che sia un libro difficile da intendere alla lettera, tuttavia è un libro che, proprio se preso nel suo significato letterale, risulta come minimo naif (e pesantemente trash). Vorrei proporre un'interpretazione che in parte lo riscatta, ma posso affermare che Carpi qui ha fallito, perché non è un'opera riuscita quella che richiede di discostarsi troppo dal significato apparente. O meglio, quella il cui significato apparente non sia pienamente godibile in sé.

"Ho la lebbra, amore". Più volte l'uomo tenta di pronunciare la frase fatale, dall'uscio del bagno, al night, fra le lenzuola; lei, bellissima e indifferente, non ascolta mai, perennemente presa da qualcos'altro, e le parole restano a vagare, sospese, finché – nella notte – egli non percepisce, sulla schiena di lei, le macchioline che annunciano il male. È l'Italia della Dolce Vita, frenetica, vacanziera e modaiola, che tenta di espellere la morte e il disfacimento moltiplicando le occasioni di svago e distrazione: ma la morte, come Fellini aveva già mostrato pochi anni prima, era sempre stata lì, tra le luci di Via Veneto, allo stesso modo in cui, nel Trionfo della Morte di Buffalmacco – l'affresco del Camposanto di Pisa che serve forse da ispirazione per la cornice narrativa del Decameron – la falce incombeva, non vista e inesorabile, sui giovani intenti a ragionare nel giardino. In "Ho la lebbra, amore" – racconto di Bernardino Zapponi pubblicato per la prima volta sulle pagine de Il Caffè letterario e satirico nel 1965, e raccolto due anni più tardi in Gobal – il film di Fellini si contamina con La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, abbandonando ogni suggestione ottocentesca e lasciando solo, nudo, l'orrore.

Leggere uno dopo l’altro libri dello stesso autore aiuta a cogliere echi e corrispondenze, a costruirsi un quadro mentale a mano a mano più vivo; d’altro canto, a volte può essere necessario prendersi delle pause per non rischiare di disamorarsi, o perché la passione è tanto ardente che si teme con sgomento il momento in cui quei libri finiranno. Personalmente, ricavo un piacere intenso dal seguire il filo d’Arianna: è un frutto maturo, succoso. E la lettura in sequenza di Un’ombra nell’ombra e Abra cadabra me lo conferma.

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