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IT: una generazione allo specchio

Scrivere una riflessione su Stephen King dopo il bellissimo articolo di Nicola Lagioia apparso l’anno scorso su Internazionale, sembra un’impresa estremamente ambiziosa, tuttavia, in concomitanza con l’uscita nelle sale italiane del primo dei due film tratti da It, vale la pena di provarci, magari con l’intento di offrire nuove chiavi di lettura sul capolavoro del Re dell’horror.

Quando uscì in Italia, intorno alla metà degli anni Ottanta, come molti miei coetanei ero già un suo grande fan, avendo letto Le notti di Salem e Carrie, per cui non pecco di presunzione affermando che, per certi aspetti, sapevo già cosa aspettarmi: un bel romanzo dell’orrore che, grazie alle sue visioni a trecentosessanta gradi della provincia americana ed alla sua capacità di delineare con pochi tratti un personaggio, non poteva essere liquidato come semplice letteratura di genere. Non ero certo in grado di prevedere che mi sarei trovato fra le mani quella che non esito a considerare una delle massime vette della letteratura contemporanea.

Inutile ripercorrere la trama o proporre una sinossi, la storia la conosciamo tutti, chi a memoria chi a grandi linee, magari solo per sentito dire: un gruppo di bambini, la banda dei Perdenti, lotta contro una terribile entità in grado di materializzare le loro paure. Quando, a distanza di poco meno di un trentennio, questo demone dà segni di risveglio, si ritrovano per tener fede al giuramento di sconfiggerlo definitivamente. Chiunque di noi può, in qualche modo, riconoscersi in questi ragazzini e nel loro isolarsi per sfuggire alle piccole e grandi meschinità tipiche del mondo degli adulti, sia che si tratti di una madre iperprotettiva, di un padre manesco o di una coppia di genitori troppo ripiegati sulla tragedia causata dalla perdita di un figlio per essere dei veri genitori….

Nel romanzo, i Perdenti, con l’intensità quasi parossistica degli anni dell’infanzia e della pre-adolescenza, vivono la loro estate memorabile, scoprendo valori profondi come l’amicizia, la solidarietà, l’odio, come quello brutale e fine a sé stesso dei bulli dai quali cercano di mantenere le distanze, ma soprattutto imparano a confrontarsi con le loro paure, vedendole diventare reali e tangibili. Perché It, come ben sanno i fan di Stephen King, è forse una delle migliori caratterizzazioni del Male assoluto: una specie di Malìa, proveniente da chissà quale universo parallelo, capace di dare corpo a tutti i terrori che si annidano nelle profondità del nostro inconscio e di sbatterceli brutalmente in faccia. Quegli stessi terrori che ci si trascina fino all’età adulta e con i quali, a distanza di poco meno di trent’anni, i protagonisti, divenuti quasi tutti persone di successo, si ritrovano a fare i conti.

Leggere It come un romanzo di formazione sul quale l’autore stende sapientemente una trama gotica, sarebbe comunque riduttivo, dato che, scavando le sue milleduecento pagine, c’è anche molto altro. Stephen King appartiene alla generazione dei baby boomer, quella che ha trascorso la sua infanzia durante gli anni della Guerra Fredda, nell’America sonnacchiosa e provinciale di Eisenhower. Ma anche quella che si è fatta decimare in Vietnam, che ha visto nascere la contro-cultura, gli hippy, la musica psichedelica e che, nel giro di poco più di un decennio, non ha esitato a rottamare i propri ideali giovanili diventando la generazione degli yuppies.

Non è un caso quindi che sia stato scritto proprio nel bel mezzo degli anni Ottanta, durante il cosiddetto “edonismo reaganiano”, quando l’arrivismo, il culto dell’immagine e la fame di un successo un po’ fine a sé stesso diventano quasi un imperativo. Un’epoca tutto sommato spensierata, che spesso oggi si tende, forse troppo superficialmente, a liquidare, accusandola di eccessiva frivolezza, soprattutto se si considera che gli stessi anni Ottanta segnano anche un timido ritorno dell’impegno, con la progressiva presa di coscienza di problematiche sociali ed ambientali.

In questo senso il risveglio della maledizione che incombe sull’immaginaria cittadina di Derry, che costringe gli ormai ex Perdenti a farvi ritorno precipitosamente per tener fede al giuramento di trent’anni prima, sembra quasi simboleggiare una sorta di monito generazionale, un po’ come se King volesse invitare i suoi coetanei a fermarsi e ad interrogarsi, magari ponendo domande come “dove stiamo andando?” o “cosa siamo diventati?”. L’entità muta-forma li spinge infatti ad addentrarsi nel labirinto della rete fognaria di Derry, nel quale rischiano di perdersi e non è difficile pensare che i meandri di questo mondo sotterraneo simboleggino anche quelli dell’inconscio, dove tutto diventa più che reale. Entrarvi è il modo per trovare una risposta a tali quesiti, forse attraverso un vero e proprio ritorno all’infanzia, alla capacità di vivere le proprie paure interiori ascoltando il bambino che c’è in noi, tentando quindi di superare quella sorta di crisi d’identità che molti baby boomers hanno dovuto affrontare quando si è trattato di seppellire chitarre e spinelli per aspirare a diventare dirigenti di grandi società finanziarie.

Stephen King gioca sapientemente con una raffinata struttura narrativa, basata su lunghi flash-back, che, sovrapponendo gli eventi del 1957 a quelli del 1985, accentuano questo messaggio, spesso veicolato tramite filastrocche o battute ricorrenti dei protagonisti, trasformando le oltre mille pagine del romanzo in una monumentale riflessione generazionale, scritta più o meno contemporaneamente ad un film al quale è assolutamente complementare: Il grande freddo.

Diventa quindi logico pensare che dietro l’orrenda maschera del clown si celino le angosce ed i sensi di colpa di tutti quegli americani (ma, ahinoi, anche di molti europei) che, mettendo da parte i propri sogni giovanili, quasi senza rendersene conto si siano risvegliati alle soglie della quarantina in preda al più totale disorientamento e che quindi un’avventura degna della fantasia di H.P.Lovecraft o il suicidio di un amico, come nel film di Lawrence Kasdan, divengano il pretesto per avviare una sorta di catartica ricerca del tempo perduto e, soprattutto, di un’identità irrimediabilmente e forse deliberatamente smarrita.

L'autore mette in scena questo bellissimo affresco usando tutte le sue risorse stilistiche, che rendono le sue opere una perfetta sintesi della grande narrativa americana: sembra quasi vi sia una sorta di filo che parte da Mark Twain e John Dos Passos, passa per Faulkner, Steinbeck, Fante, Updike e arriva a questo baby boomer di Bangor, Maine.

Stephen King è indubbiamente abilissimo ad oscillare costantemente tra il suo crudo minimalismo, talvolta al limite del cosiddetto “realismo sporco” e la sensibilità della sua vena più lirica, riuscendo a mettere a nudo come pochi, le mille contraddizioni di una società sfaccettata ed in costante evoluzione.

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